In “Frammenti per la Sicilia”, edito da Navarra Editore, Franco Garufi, già segretario della Camera del Lavoro di Catania e attento osservatore della realtà meridionale, riflette su “alcune controverse vicende” che hanno segnato la Sicilia degli ultimi decenni. Il suo è, tuttavia, uno sguardo rivolto al futuro più che al passato. La questione che, a nostro avviso, gli sta più a cuore è il destino verso cui procede questa terra che egli dimostra di amare nonostante ne veda – con disincanto – tutti i difetti. Un destino che non è scontato e andrà nella direzione verso cui noi, “le donne e gli uomini che nell’isola vogliono costruire la propria esistenza”, vorremo muoverci, mettendoci in gioco con impegno disinteressato e con responsabilità. Anche Garufi si mette in gioco offrendoci il contributo di lucide analisi del passato e di fecondi interrogativi per il presente. Proponiamo, perciò, ai nostri lettori – grazie alla disponibilità dell’autore e dell’editore – alcune pagine del libro, in particolare quelle relative al caso Catania.
Nel volume l’autore riporta, in corsivo, il testo di propri articoli pubblicati su ASud’Europa
Il caso Catania ieri e oggi

Al capoluogo etneo sono legato per nascita, formazione, impegno politico e sindacale. Quando esplose il “caso Catania”, dopo il numero di Report che Milena Gabanelli aveva dedicato e quella che era stata a lungo considerata “l’altra Sicilia” – ma si rivelava invece sentina inquinata di vizi politici, affari illegali, rapporti oscuri tra politica e mafia – sentii come un dovere di intervenire. Nella primavera del 2009 la trasmissione Report, allora diretta di Milena Gabanelli dedicò alcune trasmissioni alla disastrosa situazione delle finanze del comune etneo, di cui era allora sindaco Umberto Scapagnini, e denunciò, tra l’altro, l’indebitamento ormai insostenibile e la dispersione di 850 milioni di euro destinati alla prevenzione del rischio sismico.
23 maggio 2009 … Una città senza progetto, senza governo, con un presente di precarietà e disordine, e un futuropieno di incognite. Se un difetto ho trovato nel servizio è l’insistita dimensione folkloristica, l’uso del dialetto, il pescivendolo, il riciclatore di cera di sant’Agata.
Quasi una connotazione di sottocultura antropologica, che finisce per mettere in ombra il valore nazionale del “caso Catania” come emblema dei guasti che può provocare l’intreccio tra la mala politica ed il collasso economico e sociale di un territorio. Ciò comporta il rischio, alimentato dal provincialismo, di non comprendere i caratteri strutturali di una crisi che ha colpito quella che, pur con guasti che risalgono ad anni lontani, era una delle più interessanti città del Mezzogiorno, ne ha devastato il tessuto economico, ne ha imbarbarito la vita e i rapporti sociali…
Il progetto di sviluppo della città fondato negli anni ‘90 dopo il crollo di quei giganti dai piedi di argilla che erano i “cavalieri del lavoro”, si fondava su un originale mix tra innovazione industriale, espansione dei servizi e del terziario avanzato, qualità del vivere civile. Un progetto che era arrivato al capolinea, per il mutare delle condizioni di riferimento, già al volgere del secolo: i coraggiosi protagonisti non seppero accorgersene per tempo e qualcuno continua ancora ad inseguire un passato che è destinato a non ripetersi.
Sarebbe assai utile un’analisi dei punti di forza e di debolezza come piattaforma per rilanciare un’idea capace di dare una speranza ad un popolazione che ha perso il gusto dell’impegno collettivo e non riconosce il valore della comunità. Ma non si può chiedere tanto ad una sinistra imbelle, che non parla alla gente e non sa andare aldilà della buona volontà dei singoli. Per contro il ceto politico predatorio di centro destra, che utilizza parassitariamente risorse pubbliche e collegamenti con l’imprenditoria, ha deviato in direzione clientelare l’insieme dei processi virtuosi avviati nella fase precedente e si è incistato, come un virus devastante, nel meccanismo di intermediazione e gestione dei flussi di spesa pubblica.
Da questo punto di vista la denuncia di Report sui mille cantieri aperti e mai completati non è nuova, ma dà forte visibilità ad una delle ragioni vere del successo elettorale del centro destra, e non solo nella città etnea. E si è consumato il “tradimento dei chierici”, cioè la rottura di un antico rapporto tra la città ed il suo patrimonio intellettuale,come è possibile comprendere leggendo la bella intervista di Salvatore S. Nigro, uno dei maggiori intellettuali catanesi, oggi docente alla Normale di Pisa, ma anche le riflessioni di Pietro Barcellona o di Giuseppe Giarrizzo.
Si è frantumato un tessuto sociale già debole, i nuclei forti del mondo del lavoro si sono chiusi nella difesa dell’esistente – a volte subendo qualche torsione clientelare – e sono ora esposti alla tempesta della crisi finanziaria, i giovani appaiono ripiegati su se stessi. Chi conosce la città sa che esistono aggregazioni interessanti, presenze significative di attività nei quartieri a rischio, gruppi di ragazze e ragazzi che si auto-organizzano per gestire momenti associativi. Essi, però, restano isolati, non riescono a fare rete, non modificano il clima generale di depressione.
Anche per questo la presenza di un imprenditore dominante nel sistema dell’informazione si è trasformata in un monopolio oggettivamente pericoloso. Catania, insomma. è oppressa da una cappa di fumi maleodoranti che solo un vento possente riuscirebbe a diradare. Non vedo forze del rinnovamento che possano suscitarlo: purtroppo in questo caso la società civile – tranne lodevoli eccezioni – si è modellata come plastilina su un simile modo di praticare la politica e nel complesso la città appare subalterna ai suoi padroni politici ed economici.
Su tutto, poi, aleggia la rinnovata offensiva di una mafia che vuol diventare soggetto dell’economia e che, per troppo tempo, è stata affrontata senza la necessaria energia. Con qualche sottovalutazione, purtroppo, anche a sinistra. C’è speranza? Sì, ma solo se si costruisce un’immagine realmente alternativa al gruppo di potere dominante. Temo che gli attuali gruppi dirigenti del centro sinistra abbiano, da questo punto di vista, da tempo consumato la loro riserva di credibilità.
Sono passati sedici anni, tanta acqua è passata sotto la fontana dell’Amenano in piazza Duomo: con amarezza devo constatare di aver avuto ragione. La città non si è risollevata, il centro destra vi è egemone, nonostante il generoso quanto disastroso tentativo dell’ultima amministrazione Bianco. Il tessuto industriale si è nel complesso indebolito nonostante la presenza di una delle maggiori multinazionali dell’elettronica. L’ultima fase, dopo il Covid, è stata segnata da un significativo sviluppo del turismo, a partire dalle attività crocieristiche, ma a prezzo della gentrificazione di una parte del centro storico e della scomparsa di tante piccole e medie attività di vicinato. Si veda la Pescheria, luogo popolare per eccellenza, oggi diventata un susseguirsi di ristoranti e botteghe di improbabili souvenirs. Le presenze storiche che la popolavano, fruttivendoli, pescivendoli, macellai, bancarelle di merci varie vanno via via scomparendo.
Intanto sono morti gli intellettuali che, nel bene e nel male, avevano segnato l’anima culturale della città: Giuseppe Giarrizzo, Manlio Sgalambro, Franco Battiato, Pietro Barcellona, per citarne solo alcuni. Il segno emblematico del cambiamento mi pare, però, la vendita del quotidiano La Sicilia, dal gruppo Ciancio, una sorta di holding che dall’editoria si era estesa ad altri settori imprenditoriali e che aveva assunto un ruolo egemonico nella società e nell’economia catanese, ad un giovane imprenditore di origine acese rientrato da una lunga permanenza negli Usa.
Una sorta di caduta dell’Impero romano in sedicesimo, “si parva licet componere magnis”. Eppure, la notizia non ha suscitato riflessioni che andassero al di là della mera cronaca e delle doverose congratulazioni per la nuova veste grafica del quotidiano. E’ del tutto mancata qualsiasi considerazione sulle prospettive culturali, sociali ed anche politiche che apre la fine del pluridecennale controllo da parte dell’imprenditore adranita sul sistema dell’informazione nella Sicilia Orientale.
Il quotidiano catanese è senza dubbio oggetto di un tentativo di rilancio, ma sulla personalità e la storia dell’acquirente rinvio agli articoli pubblicati da Mario Barresi, firma storica dello stesso giornale nel 2020, che furono all’origine anche di un servizio di Report. Un imprenditore di nuova generazione, anche se legato attraverso il padre ad ambienti non del tutto limpidi, che tiene a dare dimostrazione delle sue ricchezze, come d’uso tra chi torna nell’isola “arrinesciutu”. Vedere per credere l’intervista rilasciata a Felice Cavallaro e pubblicata sul Corriere della Sera del 24 settembre 2025. “Un giornale rinnovato… presto nuove sedi a Catania e Palermo ma lo stesso direttore. Presto due pagine in inglese, da ottobre tradotti tutti gli articoli. Perchè la testata coincide con il brand Sicilia da proporre al mondo. Immagino un giornale che potrà anche offrire la terra in cui opera, la Sicilia, proponendo un resort confortevole o l’elicottero da Pantelleria”.
Dalla padella nella brace?


Si