/

Trantino, da incendiario a pompiere. Ma il problema è la sua idea di città

3 mins read
una immagine di Enrico Trantino, tratta dal sito del Comune

Nell’ultima intervista, rilasciata a La Sicilia e pubblicata il 5 aprile 2026, Trantino prova ad aggiustare il tiro, a riposizionarsi come uomo del dialogo e della moderazione. Ma la pezza è peggiore del buco. Di fronte alla bagarre di questi giorni, il sindaco lascia intendere che semplicemente i toni si siano alzati. Ma non è andata così. È stato proprio un suo post, sbagliato e incendiario, a costruire la cornice dentro cui il peggio è diventato dicibile.

Le scritte sui muri del centro sociale Lupo, esibite dal sindaco, erano scritte da condannare. Punto. Il problema è che Trantino ha preso quel frammento e lo ha trasformato nella chiave per raccontare tutto il resto, riducendo un’esperienza complessa a una caricatura moralmente impresentabile. Così una questione urbana e politica è stata spinta sul terreno dell’ordine pubblico, dell’odio, dell’inciviltà.

È a quel punto che il dibattito è deragliato davvero. Dentro quella cornice sono potuti entrare il brindisi allo sgombero, il “bubbone cancerogeno”, la “bonifica”, la richiesta che i manifestanti passassero la notte in cella, fino alla patente di indegnità appiccicata a Florinda Panzarella. Le prime parole sono del cosiddetto comitato dei residenti, le ultime sono maturate nel clima prodotto dalla maggioranza del sindaco, con il pessimo spettacolo della richiesta di dimissioni contro una consigliera di quartiere radicata e stimata, nonostante avesse spiegato il riferimento al cartone animato One Piece, molto noto tra i giovani. Questa non è una normale polemica politica. È un salto di qualità.

Il punto più grave, è che certe parole siano passate quasi come se fossero dicibili, ricevibili, perfino comprensibili. E questo chiama in causa due responsabilità precise: quella di Trantino, che ha acceso la miccia, e quella di una stampa cittadina che, in larga parte, non ha sentito il dovere di fermarsi e dire che no, così non si può parlare. Una sortita così violenta e sbagliata non può essere lasciata passare.

E invece Trantino sul comunicato dei residenti non ha trovato alcuna parola. Nessuna. Né sul brindisi allo sgombero, né sul “bubbone cancerogeno”, né sulla “bonifica”, né sulla richiesta di una notte in cella per i manifestanti. Un silenzio che sa di assenso, lo stesso con cui ha taciuto sulla inaudita violenza della sua maggioranza.

Non è solo una questione di toni. È una postura politica sbagliata. Trantino si muove da padrone del vapore: decide lui chi è interlocutore legittimo e chi no, chi può parlare e a quali condizioni, chi merita ascolto e chi invece va prima delegittimato moralmente. Nell’intervista distribuisce patenti, evoca, rivolgendosi ai ragazzi del Lupo, i “fascisti”, parla di atteggiamenti “quasi mafiosi”, veste i panni del censore e del baluardo delle istituzioni. Ma un dialogo vero non arriva dopo la squalifica morale, e non consiste nella concessione dall’alto di uno spazio “se” e “quando” l’amministrazione lo riterrà opportuno. Quella non è una porta aperta: è una porta sorvegliata.

La società, però, esiste, si organizza, si autoorganizza, produce legami, iniziative, conflitto, mutualismo, cultura, senza bisogno delle sue concessioni. Non vive in attesa che il sindaco apra o chiuda una porta.

E Intanto il nodo politico vero restava sullo sfondo. Si doveva discutere il progetto, il suo impatto, il rapporto tra trasformazione degli spazi e bisogni sociali. Invece Trantino ha trasformato tutto in una rappresentazione muscolare, quasi in una resa dei conti con una presenza raccontata al limite dell’eversione.

Quando Trantino, nella stessa intervista parla di piazza della Repubblica, Corso dei Martiri e dell’area del risanamento, affiora un altro tratto della sua idea di città. Non una visione pubblica del riuso, non una proposta capace di misurarsi con i bisogni profondi della città, ma il ruolo di onesto sensale dentro una partita che resta in mano ai privati. La città aspetta, il Comune media, le imprese decidono. È un copione antico di Catania: le scelte urbanistiche maturano altrove e le istituzioni arrivano dopo, a comporre e ratificare. Con le associazioni Trantino decide, concede, seleziona gli interlocutori; con i privati, invece, aspetta, media, prende atto.

Il problema, allora, non è solo un post sbagliato o una intervista ‘aggiustata’. Il problema è l’idea di città e di governo che questa vicenda lascia affiorare: un’idea verticale, chiusa in se stessa, incapace di misurarsi fino in fondo con il pluralismo, la complessità e i bisogni profondi di una grande città. Un direttismo dall’alto che ascolta senza riconoscere, che concede senza condividere, che parla di rigenerazione ma fatica a vedere la società reale, nei suoi bisogni, nei suoi legami, nelle sue forme autonome di organizzazione. Una città così non rigenera: seleziona, rimuove, normalizza. E mentre parla di rispetto, tace sulle parole peggiori prodotte nel suo stesso campo.

A seguito dell’intervista a Trantino, riprendiamo quanto scritto in Trantino, piazza Lupo e il degrado del dibattito politico

2 Comments

  1. Uno stato di polizia municipale non può generare una città, ma il suo opposto. Il fatto grave è che Trantino è stato assessore all’urbanistica prima di fare il sindaco e quindi avrebbe dovuto maturare una certa esperienza in materia.
    E c’è pure l’aggravante di essersi avvalso della consulenza e della collaborazione di un accademico della tecnica urbanistica, sino al punto da nominarlo vice sindaco.
    Ma come è noto in ogni campo disciplinare, la tecnica in sé non fa l’arte, e senza una visione “culturale”, “plurale”, “dialogica”, non si può dare luogo a nulla che possa vagamene assomigliare ad una città.
    Poi ciascuno porta addosso quello che una volta si definiva il “bagaglio culturale”, e Trantino mostra senza maschere quale sia il suo. L’abito mentale di chi pensa che governare significhi assumere il diritto/dovere di comandare.
    Alle città non si comanda, né si può agire con la forza del potere per imporre le proprie personali e spesso miopi se non strabiche convinzioni.
    La città esige confronto, mediazione, ascolto, pretende umiltà, pazienza, perseveranza, presenta limiti ostacoli, imprevisti.
    L’atteggiamento censorio, obliterante, cesareo, comporta il decesso dell’anima di una città. Basterebbe che lorsignori si ripassassero la triade “polis”, “civitas” ed “urbs” per poter iniziare a fare la città di tutti e non quella di pochi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Gli ultimi articoli - Enti Locali