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Pasqua 2026, un segno di speranza nella notte

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vignetta di Luca Garonzi, Gesù maestro chiede agli alunni di completare: "ero straniero e mi avete...". Purtroppo non rispondono con "accolto" ma con "affogato", "annegato" ....

Come fare Pasqua in questo tempo di guerra, di incertezza, di paura? Come parlare di Resurrezione dopo aver visto l’uso della forza e della sopraffazione giustificati in nome di Dio, come è avvenuto alla Casa Bianca? Abbiamo dimenticato che anche Gesù (fosse o non fosse figlio di Dio) è stato vittima della violenza, dopo aver vissuto accanto agli umili, commuovendosi fin nelle viscere per il loro dolore e guarendoli dalle malattie e dall’esclusione?

Oggi, davanti alle vittime innocenti delle guerre, al genocidio di Gaza, ai migranti lasciati morire nel Mediterraneo o nel deserto, davanti al dolore immenso che sembra sopraffarci, anche a noi non resta che metterci in gioco, nel nostro piccolo. E tendere la mano a chi soffre, come possiamo.

Già lo fanno, ed è solo un esempio tra tanti altri, coloro che – nella nostra città – si occupano di chi vive in strada, “senza casa, senza riparo, esposti a qualsiasi rischio, alla perdita della sicurezza, della salute, della stessa dignità di esseri umani…”.

Sono le parole usate da Nino Bellia in uno dei suoi scritti, sempre un po’ fantasmagorici, in cui ci racconta del suo re-incontro con Zaccaria che viene dal Burkina, vive a San Berillo, (“a prima vista solo un ghetto per drogati e spacciatori, giovani migranti irregolari e reietti”), e prova a sentire il respiro della Terra…

Quello stesso San Berillo, dove da diversi anni si fa una Via Crucis che diventa sempre più momento “di autentico ascolto e di confidenza tra persone delle più varie provenienze: geografiche, etniche, linguistiche, religiose, ideologiche, sociali”. Vi hanno partecipato, infatti, suore e sacerdoti, fedeli musulmani insieme all’Imam della Moschea della Misericordia, esponenti buddisti, induisti, bahà’ì, riuniti nel R.I.D. (Coordinamento delle Religioni in dialogo). E pure agnostici. E atei.

Molto di più di un rito, quindi, anche se lascia spazio a gesti simbolici ripetuti come la liberazione di “fanelli, verdoni, fringuelli, cardellini”, lasciati volar via da una gabbietta, “seguiti e salutati dagli sguardi, dal sorriso e dalle grida dei bimbi”.

O come il gorgoglio di “‘u riscignolu”, lo strumentino a forma di uccello, tipico del Sud d’Italia, il fischietto di terracotta, ad acqua e soffio vitale, che rievoca il gorgheggio dell’usignolo e, per antica tradizione, annuncia la Primavera e la Risurrezione di Gesù, quando ancora si è in presenza dell’inverno e del lutto. Un piccolo Segno di Speranza, nella Notte”.

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