Il dibattito sullo sgombero del centro sociale Lupo si accende con un post del sindaco. Un post rivelatore di un’idea di città intrisa di cultura autoritaria, incapace di leggere la complessità sociale, culturale e civile di una grande area metropolitana.
Colpisce anzitutto il tono. Il sindaco rivendica lo sgombero come un successo personale e politico. Ma di quale politica stiamo parlando? Di una politica tutta giocata sull’esibizione della forza, sulla costruzione del nemico, sulla semplificazione brutale della realtà.
Quell’ “abbiamo sgomberato” esibito quasi come un trofeo dice già tutto: non il linguaggio di chi governa una città, ma quello di chi pensa di aver chiuso un conto con una presenza fastidiosa. E forse è proprio questo il punto: la lezione del referendum non gli è servita a nulla. Non ha imparato ad ascoltare, non ha imparato a misurarsi con il dissenso, non ha imparato che una città, e un Paese, non si governano tagliando la realtà con l’accetta.
Per giustificare lo sgombero, poi, si aggrappa alle scritte sui muri e ad alcune immagini. Scritte e immagini gravi, sbagliate, inaccettabili: nessuno ha difficoltà a dirlo. Ma usarle per cancellare anni di presenza giovanile e di aggregazione è un’operazione intellettualmente disonesta e politicamente miserabile. Significa prendere il dettaglio più facile da esibire e usarlo per infangare tutto il resto. Del resto, la storia del Lupo non coincide affatto con quelle immagini: lo mostrano bene molte altre iniziative che in quello spazio hanno preso forma.
Ancora più discutibile è l’idea che il confronto possa venire dopo: prima lo sgombero, poi eventualmente la disponibilità a individuare un luogo in cui “dibattere civilmente”. È una postura paternalistica: prima si colpisce, poi si promette, eventualmente, di concedere; prima si rimuove un’esperienza, poi dall’alto si decide se riconoscerle spazio e parola, e a quali condizioni. Ma in una città complessa il dialogo non può essere una concessione successiva: deve essere la condizione preliminare delle decisioni. Così Trantino accende la miccia di un clima pubblico avvelenato, spinto sul terreno della delegittimazione e della rimozione.
A rendere il quadro più grave è arrivato poi il comunicato del cosiddetto comitato dei residenti di Corso Sicilia. Le espressioni usate — dal “bubbone cancerogeno” alla “bonifica”, fino ai toni apertamente punitivi — oltrepassano il limite della critica legittima e introducono nel discorso pubblico un lessico di disumanizzazione che dovrebbe preoccupare tutti.
Nelle stesse ore, il livello del dibattito si è ulteriormente degradato con la richiesta di dimissioni rivolta alla consigliera del I Municipio Florinda Panzarella, sulla base di un’immagine pubblicata sui social e letta come “simbolo evocativo della morte contro la Polizia”. Panzarella ha respinto l’accusa, spiegando che il simbolo richiamava l’immaginario di One Piece. Ma i ‘nostri’ accusatori evidentemente non sanno che il riferimento è a un cartone animato, che promuove un messaggio antiautoritario, critica la corruzione, il razzismo… Un messaggio che propone valori culturali, e non solo, incompatibili con quelli condivisi dagli pseudo-censori. Ancora, ci si aggrappa a simboli e pretesti pur di non affrontare le questioni vere che lo sgombero di Piazza Lupo ha aperto. È una forma di criminalizzazione simbolica, una piccola caccia alle streghe nutrita da un riflesso securitario che sposta la discussione dal merito alla delegittimazione delle persone.
E intanto emerge con maggiore chiarezza un dato semplice: l’urgenza dello sgombero è legata soprattutto a una scadenza amministrativa, quella dei fondi del PNRR. Proprio per questo risulta ancora più grave la scelta del sindaco di sovrapporre a una necessità amministrativa una rappresentazione muscolare della vicenda, caricandola di accenti securitari, di richiami all’ordine pubblico e di allusioni a un rischio di violenza. Invece di spiegare con chiarezza il quadro e aprire un’interlocuzione sulle alternative, Trantino ha scelto di incendiare il dibattito pubblico. E affiora qui anche un’idea molto povera di rigenerazione urbana: una rigenerazione senza società, che pensa agli spazi prima che alle relazioni, alle superfici prima che ai bisogni.
Una città può discutere anche duramente dei suoi spazi, delle sue regole, delle sue contraddizioni. Ma non può accettare che il dissenso sociale o politico venga raccontato con parole che evocano bonifiche, espulsioni, nemici da colpire.
Il problema non è Piazza Lupo. Il problema è l’idea di città che questa amministrazione continua a mettere in campo: una città più povera culturalmente, più cattiva socialmente, più fragile democraticamente.


Come sempre precisa: parole che ben rappresentano lo sdegno di una gran parte della città e i veri presupposti dell’intervento. “Un’operazione intellettualmente disonesta e politicamente miserabile”. Grazie. Eccellente.
ma cosa possiamo aspettarci da una classe politica che rivendica con orgoglio ( sic ) la provenienza dai fascisti del MSI e contestualmente ne applica le forme e i metodi…
per nostra fortuna al referendum ha vinto il NO , non hanno capito nulla di tutto ciò, e per la rabbia vogliono rivalersi andando a colpire uno dei simboli della città, che più si è impegnato a creare spazi sociali di aggregazione culturale e non solo…. se poi avesse il SI…. possiamo ben immaginare il seguito
Una miserabile idea di citta’ che respingiamo e contrasteremo con tutte le nostre forze.