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Un macigno su Catania, la povertà educativa

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bimbi di asilo disegnano

“Che ne faremo dei nostri ragazzi?” E’ questo il titolo del dossier sulla povertà educativa a Catania, redatto da Antonio Fischella e presentato giovedì 26 marzo all’Istituto Fermi-Eredia. Racconta, numeri alla mano, la drammatica situazione dell’offerta formativa nella nostra città, ma cerca anche di suggerire “proposte, idee e percorsi per costruire futuro”, come leggiamo nel sottotitolo.

E’ il frutto di un lavoro lungo e attento, fatto di raccolta dati ma anche di dialogo, confronto, ascolto di ciò che accade nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie. Un lavoro condotto non da un soggetto isolato, ma da un gruppo di persone, un “comitato contro la dispersione scolastica e il disagio giovanile” che ha scelto di chiamarsi “Prima i bambini”, ed è stato sostenuto dall’associazione Memoria e Futuro.

Che questo lavoro possa offrire uno strumento di riflessione “per intervenire attivamente sulle politiche e sulle pratiche educative” di altre parti del Paese, in particolare nel Mezzogiorno, lo afferma – nell’introduzione al dossier – un autorevole esperto di politiche per l’infanzia, Marco Rossi Doria, presidente dell’impresa sociale “Con i Bambini”.

In un altro contributo introduttivo, Isaia Sales, uno dei maggiori studiosi del Mezzogiorno e delle mafie, sottolinea come questo dossier offra elementi conoscitivi utili per “agire sulle disuguaglianze nel momento in cui si formano e restituire credibilità all’educazione come leva di emancipazione”.

Leggere questo dossier è quindi doveroso, oltre che estremamente interessante. Di seguito la presentazione firmata da Antonio Fischella.

La povertà educativa è la palla al piede dello sviluppo di Catania

L’uscita online del report sulla povertà educativa a Catania, da oggi scaricabile, offre un’occasione preziosa per riflettere non solo sulla condizione dei bambini e dei ragazzi, ma sulle linee di sviluppo della città e sul suo stesso futuro. È questo il punto che dovremmo provare a tenere fermo: i dati raccolti nel report non parlano soltanto di scuola o di servizi. Parlano del modello di città che Catania sta scegliendo, o che continua a subire.

Una città che resta così fragile sugli asili nido, sul tempo pieno, sulla dispersione scolastica, sui Neet, sui diplomati e sui laureati non ha solo una ferita sociale profondissima. Ha anche un problema di sviluppo e di futuro. Finché questa verità non verrà assunta fino in fondo, ogni racconto su Catania resterà parziale, se non retorico.

I numeri essenziali bastano a dirlo. I servizi per la prima infanzia restano su livelli drammaticamente bassi: intorno al 7% se si guarda agli utenti effettivi, intorno al 9% se si considerano i posti autorizzati. Anche includendo l’ampliamento più recente e i nuovi asili previsti con i fondi PNRR, la copertura arriverebbe appena al 14-15%. Il confronto con Firenze è impietoso: lì gli utenti superano il 40% e i posti autorizzati arrivano al 55%. Lo stesso vale per il tempo pieno nella scuola primaria: a Catania ne fruisce appena il 13,1% degli alunni, contro il 90,8% di Firenze. Non sono semplici differenze di performance. Sono divari di cittadinanza.

A questi dati si aggiungono quelli sugli esiti dei percorsi formativi. La quota dei diplomati è la più bassa d’Italia. Quella dei laureati si ferma al 22,6%, quasi dieci punti sotto la media nazionale. La dispersione scolastica resta altissima, così come la quota dei Neet. Tutto questo non descrive un ritardo settoriale. Descrive una frattura strutturale. E dice che a Catania le disuguaglianze non vengono corrette per tempo: si accumulano, si consolidano, si trasmettono.

Per questo nidi e tempo pieno non possono essere trattati come servizi accessori. Sono infrastrutture di eguaglianza. Dove mancano o restano residuali, gli svantaggi di partenza si fissano presto, soprattutto nei quartieri più fragili. Il tempo pieno, in particolare, andrebbe assunto per ciò che è davvero: un diritto dei bambini. E andrebbe finalmente smontato anche il vecchio luogo comune secondo cui “le famiglie non lo vogliono”. Dove l’offerta si consolida, la domanda emerge. Il problema non è l’assenza di domanda. È una domanda troppo spesso compressa da un’offerta debole, diseguale, instabile.

A Catania, però, la questione educativa incontra anche un’altra storia, più antica e più dura: quella della criminalità minorile. Non una parentesi della cronaca nera, né una semplice emergenza. Una presenza radicata, che accompagna da decenni la storia sociale della città. E con una specificità precisa: qui la devianza giovanile non si presenta soprattutto nelle forme spettacolari del gangsterismo di strada, delle stese di Napoli o delle spedizioni punitive di Palermo. Si manifesta più spesso in forme meno esibite, più silenziose, più profondamente intrecciate alle economie criminali adulte e ai circuiti mafiosi.. È proprio questa minore visibilità che l’ha resa più facile da sottovalutare o normalizzare. La criminalità minorile a Catania segue come un’ombra quella mafiosa.

ll report aiuta a guardare Catania senza infingimenti: una città che da troppo tempo ristagna, mentre i suoi divari sociali, educativi e territoriali si consolidano.

Negli ultimi anni una parte importante delle classi dirigenti cittadine ha affidato quasi tutto il racconto del futuro al turismo. Anche dopo la mancata scelta come capitale del turismo, il segnale politico è rimasto lo stesso. Lo dice bene lo slogan adottato: “Catania continua”. Ma la domanda vera è semplice: continua verso cosa?

Il problema non è il turismo in sé, ma la sua trasformazione in orizzonte quasi esclusivo di sviluppo, e insieme il suo mancato governo. Quando si afferma, anche ai livelli più alti dell’amministrazione comunale, che è ormai non solo impossibile ma persino dannoso progettare il futuro urbanistico della città, si enuncia un’idea precisa: i processi non vanno orientati, vanno inseguiti. La realtà si insegue, la si cavalca, ci si adatta ai flussi e alle convenienze dominanti. Quella che si presenta con il volto della modernità rivela invece il suo nucleo più conservatore: la resa della politica al primato dei più forti. Ma una città che smette di pensarsi e di governarsi non diventa più moderna: diventa più ingiusta. E in una città come Catania il prezzo di questa rinuncia lo pagano, ancora una volta, i più deboli.

Un’economia urbana fondata soprattutto su accoglienza, ristorazione e micro-servizi produce lavoro a bassa qualificazione, spesso intermittente, mal retribuito e povero di tutele. In una città già così debole sul piano educativo, questa non è una compensazione: è una scorciatoia. Senza un investimento strutturale nel sapere — nidi, tempo pieno, scuola, biblioteche, formazione, lavoro educativo qualificato — lo sviluppo resta fragile, selettivo, diseguale. E i giovani continuano ad andarsene non solo perché manca il lavoro, ma perché manca lavoro di qualità, capace di riconoscere competenze e costruire futuro.

Anche per questo la vicenda della Dusmet-Doria, già raccontata da Argo, non è una semplice stortura amministrativa. È un segnale. Dice che, anche quando si aprono risorse straordinarie, la città rischia di non orientarle a colmare i divari educativi, ma ad inseguire altre priorità: edilizie, urbanistiche, immobiliari, simboliche.

È necessaria una forte discontinuità amministrativa e politica. La questione educativa deve essere finalmente assunta come una priorità della città, non come un capitolo laterale delle politiche sociali. In questo quadro, la nascita dell’Osservatorio metropolitano rappresenta un fatto importante: dice che la devianza minorile e la dispersione scolastica vengono finalmente riconosciute come una centralità pubblica. Ma proprio per questo l’Osservatorio non può limitarsi a registrare l’esistente: deve spingere in avanti, fare del 30% di copertura del tempo pieno e dei servizi educativi per l’infanzia una soglia concreta di lavoro pubblico e promuovere comunità educanti strutturate nei territori. Qui il Comune è chiamato in prima persona: senza una regia pubblica forte, anche le esperienze migliori rischiano di restare isolate. E questo vale soprattutto per le forze del centro-sinistra: se vogliono parlare seriamente di giustizia sociale, diritti e futuro urbano, devono fare dei nidi, del tempo pieno, del contrasto alla dispersione, delle comunità educanti e di una più forte regia pubblica il cuore di una proposta per Catania.

La verità, in fondo, è semplice: la povertà educativa non è un problema tra gli altri. È la palla al piede dello sviluppo di Catania. E una città che continua a lasciare indietro i suoi bambini e i suoi ragazzi non sta solo producendo ingiustizia. Sta indebolendo se stessa.

Trovate a questo link la versione integrale del Dossier “Che ne faremo dei nostri ragazzi?”. Qui, invece, una breve sintesi.

grafico asili nido - confronto Catania/Firenze

2 Comments

  1. Purtroppo abbiamo una amministrazione miope ed incopetente, alla quale va benissimo questo status quo, meno istruzione meno libertà e possibilità di scelte consapevoli da parte delle nuove generazioni….

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