A Catania alle 19,00 di lunedì 23 marzo in piazza Stesicoro (la stessa delle grandi mobilitazioni per Gaza) centinaia di persone hanno festeggiato i risultati referendari.
A Catania, i NO sono stati 63.245, i SI 36.395. In tutto il paese 14 milioni e mezzo di voti a favore del NO, 12 milioni e mezzo a favore del Sì. Quasi due milioni di differenza. Non era scontato. Stiamo parlando del referendum Costituzionale sulla giustizia che ha avuto un esito chiaro e incontrovertibile, frutto, anche, di una partecipazione popolare che non si vedeva da tempo, con affluenza del 58,9%.
Smentite quasi tutte le previsioni di politici e sondaggisti, sia relative alla partecipazione, che all’esito del voto. Uno scarto di circa 2 milioni di voti dimostra che il Paese reale è molto diverso da come viene/è stato descritto, che esiste una maggioranza di cittadini consapevole e attenta, che si attiva quando vengono messi in discussione i principi e diritti fondamentali.
Una maggioranza che, al momento del voto politico, non si mobilita in tutte le sue componenti perché molti non si riconoscono in nessuno dei partiti in lizza, ma esiste. E in questo caso, è scesa in campo perché la posta in gioco era alta, riguardava – come ha scritto Fittipaldi, direttore del Domani – una grande questione civile.
La becera propaganda delle ultime settimane non ha fatto breccia, nonostante il governo e la stessa premier abbiano fatto di tutto per confondere le acque. Secondo loro il Sì sarebbe servito a migliorare la giustizia, velocizzare i tempi processuali, ridurre gli errori. Si tratta in effetti di questioni essenziali a cui i cittadini sono sensibili perché li toccano da vicino. Peccato che siano state utilizzate in modo strumentale e menzognero, per raccogliere consenso, pur sapendo che la riforma che si stava proponendo non avrebbe risposto a nessuno di essi.
Come ha detto il procuratore Gratteri, il No alla riforma non è stato un rifiuto del cambiamento, ma un rifiuto del metodo. Un metodo basato sull’arroganza, sull’assenza di contraddittorio, sull’impossibilità di apportare emendamenti e modifiche al testo del governo, neanche da parte della stessa maggioranza, tanto meno da parte dell’opposizione.
Il cambiamento, invece, è atteso e auspicato, purché non sacrifichi le garanzie fondamentali. E la responsabilità di cambiare – come ha dichiarato il procuratore Raffaele Cantone, già presidente dell’Autorità Anticorruzione – è ora della stessa magistratura, che deve contribuire ad affrontare i problemi irrisolti della giustizia italiana.
Il governo voleva alterare, a proprio vantaggio, l’equilibrio dei poteri. Voleva indebolire, e persino umiliare, l’organo giudicante, riducendone l’autonomia e rendendolo più docile e sottomesso. Una prima spallata, senza un progetto complessivo e bilanciato (lasciato alle leggi attuative), ma con un evidente disegno autoritario.
E pazienza se una delle conseguenze sarebbe stata il peggioramento di tanti aspetti della vita civile, non ultimo quello del sovraffollamento delle carceri, dove già sono reclusi, in stragrande maggioranza, persone provenienti dai ceti sociali meno abbienti e meno garantiti.
Pensare, d’altra parte, di migliorare i servizi e garantire i diritti senza investire nulla può servire solo come propaganda, e la giustizia, come la sanità o l’istruzione, ricevono solo formali attestazioni di riconoscimento del loro ruolo, mentre le si lascia senza risorse dando priorità effettiva alla difesa e all’acquisto di armi.
Con questo voto si registra la prima vera sconfitta del governo Meloni, che ha accumulato altri flop a cui, tuttavia, non è stato dato abbastanza rilievo da parte degli organi di informazione. Questo è, infatti, il governo che avrebbe dovuto effettuare il blocco navale, inseguire i trafficanti in tutto il globo terracqueo, abolire la legge Fornero, tagliare le accise sui carburanti, rendere più sicure le città…
Notevole il fatto che, nella vittoria del No, sia stato determinante il voto giovanile, verso cui Meloni era in effetti timorosa, visto che aveva cercato di ostacolarne la partecipazione. Anche in questo caso, come in quello delle grandi mobilitazioni contro il genocidio in Palestina o contro l’attacco all’Iran, i giovani hanno dimostrato di essere attenti e consapevoli di quello che accade attorno a loro. E di avere voglia di scendere in campo.
L’opposizione considera la vittoria del NO come un importante punto di partenza in vista di una possibile vittoria alle elezioni politiche. Ma non si tratta di un percorso facile nè scontato. Stringere alleanze dentro il cosiddetto “campo largo”, discutere di “primarie” tra i leader dei maggiori partiti, non costituisce una svolta e non mobilita il paese. Manca un programma serio, puntuale, che affronti i temi centrali della nostra democrazia, proponga soluzioni ai principali bisogni sociali, stabilisca priorità condivise. Solo così si potrà, forse, iniziare un percorso che coinvolga i cittadini e permetta di superare la sfiducia accumulata nei confronti dei partiti, sfiducia che è alla base dell’astensionismo.
La partecipazione è sempre una vittoria della democrazia ed è un bene prezioso. Proviamo a non disperdere la mobilitazione che ha segnato questo referendum e lavoriamo per farla crescere, a tutti i livelli.

