“Vi hanno raccontato che questo referendum riguarda la terzietà del giudice. Che si tratta di una riforma tecnica, di buon senso, né di destra né di sinistra. Meloni ci ha speso tredici minuti di video per spiegarvelo con quella voce da maestra paziente che usa quando vi sta mentendo in faccia.
Poi è arrivata Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, la persona che quel ministero lo governa davvero, e in tredici secondi ha detto la verità: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione.”
Il brano qui riportato è stato pubblicato su Facebook dal professore ordinario di Fisica presso l’Università di Messina, Beniamino Ginatempo, con il titolo “La posta in gioco”. Quella di Bartolozzi sulla magistratura come plotone di esecuzione non è, quindi, un’uscita infelice “nel calore di un dibattito televisivo”, è una frase che sintetizza un programma che ella stessa ha “messo per iscritto, sei anni fa, quando nessuno la guardava”.
Ginatempo ricorda – infatti – che, nell’ottobre 2020, quando Giusi Bartolozzi era deputata di Forza Italia, “depositò alla Camera una proposta di legge costituzionale che chiunque può ancora andare a leggere”.
Vi si propone di sostituire l’attuale articolo della Costituzione con queste parole “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del presente articolo.
Il Governo, su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale.”
In parole povere, si stabilisce che i pubblici ministeri non avranno nessuna autonomia nell’esercizio dell’azione penale perché il potere di stabilire le priorità investigative spetterà al governo. Lo leggiamo anche nella relazione introduttiva: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica.” Sarà, quindi, il governo a decidere su cosa si indaga.
Non è tutto.
Come ricorda il professore, nello stesso giorno Bartolozzi depositò un’altra proposta, che prevedeva che i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati venissero attribuiti ad “un’Alta Corte composta da nove membri, sei nominati dal Parlamento, tre dal Presidente della Repubblica, nessuno dalla magistratura. Un tribunale dei giudici senza giudici dentro”, scrive Ginapietro.
Anche in questo caso abbiamo una proposta di modifica di un articolo della Costituzione, l’articolo 105, che recita “Spettano al Consiglio Superiore della Magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Bartolozzi propone di trasferire la competenza dei provvedimenti disciplinari ad una Alta Corte di giustizia della magistratura, lasciando al CSM le altre funzioni.
Nel dettaglio la proposta è la seguente “Art.105-bis. – La funzione disciplinare nei riguardi dei magistrati giudicanti e requirenti è attribuita, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, all’Alta Corte di giustizia della magistratura. Contro i provvedimenti disciplinari è ammesso solo il ricorso alle sezioni unite penali della Corte di cassazione per violazione di legge.
L’Alta Corte di giustizia della magistratura è formata da nove membri che durano in carica nove anni e sono per un terzo nominati dal Presidente della Repubblica e per due terzi eletti dal Parlamento in seduta comune”. Viene poi indicato che possono esserne membri “coloro che hanno rivestito le funzioni di giudice costituzionale, di componente della Corte di giustizia dell’Unione europea… etc”.
Manca ancora quella che Ginatempo definisce “la terza mossa”, la proposta di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, con poteri molto ampi, come se “le procure fossero un potere autonomo fuori controllo” da smantellare. La proposta venne presentata nell’aprile del 2021, in pieno governo Draghi (Ministro della Giustizia, Cartabia), sostenuto anche da Forza Italia, partito di cui la Bartolozzi era deputata.
Va detto, in proposito, che esiste già un potere ispettivo sull’attività dei magistrati, che fa capo al ministro della Giustizia, il quale, in casi di sospetti di irregolarità, può invitare degli ispettori che poi gli presenteranno una Relazione, a seguito della quale il Ministro può avviare un procedimento disciplinare, e nei casi più gravi (ipotesi di reato) può trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica competente. Inoltre, anche il singolo parlamentare, come ad esempio Bartolozzi, può segnalare casi di sospetta irregolarità, invitando, mediante interpellanza, il Ministro ad agire di conseguenza. Perchè, allora, chiedere l’istituzione di una Commissione apposita?
Se, come appare chiaro, dietro queste tre proposte c’è il disegno di sottomettere la magistratura al potere politico, la legge di revisione costituzionale, su cui saremo chiamati a esprimerci mediante il prossimo referendum, è solo il primo passo.
Le proposte del 2020 non passarono. Come scrive Ginatempo, “finché giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, protetto dall’articolo 104 della Costituzione”, che prevede un unico Consiglio Superiore della magistratura, il tentativo di mettere i PM sotto il controllo dell’esecutivo è inattuabile.
Se, invece, i pubblici ministeri vengono separati dai giudici, non appartengono più formalmente allo stesso ordine, “il passaggio successivo diventa possibile. Diventa persino logico” che ricevano un indirizzo dal governo, come avviene con le forze di polizia.
“Bartolozzi non è una funzionaria qualunque che si è fatta scappare una frase. È la persona che detta le linee del ministero”, (ancora Ginatempo). E ha detto la verità, “l’obiettivo è togliersi di mezzo la magistratura. Prima con la separazione. Poi con il guinzaglio. Non è un rischio. È un progetto”.
Il progetto di aprire le posrte ad un “sistema in cui il governo decide chi viene indagato e chi no. In cui un PM che indaga un ministro (o un politico, o un Alto funzionario, legato alla politica) può essere richiamato all’ordine. In cui le priorità investigative le stabilisce chi ha interesse a non essere investigato”.
Al quadro di questo progetto, lucidamente delineato da Ginatempo, vanno ulteriormente aggiunte altre dichiarazioni di importanti esponenti della maggioranza di governo. Quanto dichiarato dal consigliere laico del CSM Felice Giuffré e dal Ministro Tajani, conferma il proposito del governo di limitare l’autonomia della magistratura e, in particolare, quella delle Procure.
Felice Giuffrè, professore ordinario di Diritto Pubblico all’Università di Catania e consigliere laico del Csm, eletto in quota Fratelli d’Italia, nel corso della trasmissione Il Punto, condotta da Luca Ciliberti su Telecolor, ha dichiarato: “La politica criminale è una componente fondamentale dell’indirizzo politico della maggioranza, quindi i criteri di priorità – che peraltro sono inseriti nella Cartabia – devono essere scelti dal Parlamento. Dovrà essere la successiva riforma, o la successiva attuazione di una riforma già approvata, che completerà il quadro”, aggiungendo in chiusura della puntata, “la maggioranza deve scegliere quale deve essere la priorità delle inchieste che devono essere portate avanti”.
In altri termini, il lavoro delle Procure non deve più essere guidato dal principio dell’obbligatorietà dell’azione penale laddove siano state individuate ipotesi di reato, ma dalle linee decise dalla maggioranza di governo.
C’è poi una dichiarazione del Ministro Tajani, Vicepresidente del Consiglio, sulla proposta, da presentare a seguito di un’eventuale vittoria del SI al referendum. Una modifica dell’art. 109 Cost., che sottragga la Polizia Giudiziaria alla dipendenza dell’Autorità giudiziaria (attualmente i PM). Per liberarla (sic), essa deve essere posta alle dipendenze, anche funzionali, del Potere esecutivo. A questo punto, le funzioni dei PM sarebbero ridotte a quelle di semplici Avvocati della Polizia giudiziaria. E verrebbe così sancita, anche se non espressamente, la dipendenza dei PM dal Potere esecutivo.


solo poche parole: difendiamo la Costituzione andiamo in massa a votare NO
Le parole del docente messinese, sicuramente in buona fede, rivelano una mancanza di reale conoscenza della realtà su cui si vuole andare ad incidere: tutto quello che viene detto sarebbe condivisibile, e potrebbe dirsi vero, se fosse vero che l’attuale CSM (e quelli che si sono succeduti dagli anni ’80 ad oggi, a partire da quando a Falcone venne vergognosamente negata la nomina a Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo) non fa politica; invece la fa, e si arroga la pretesa di farla, e continuerà a farla (in spregio al più elementare principio democratico, secondo cui la legittimazione a fare politica discende dal voto popolare) se la riforma non passa.
Non crediamo che le parole del prof. Ginatempo, il quale se vuole, potrà replicare, mostrino una mancanza di conoscenza della realtà: il CSM era stato concepito dai Costituenti come espressione, secondo alcuni dell’Autogoverno, secondo altri, forse più correttamente, dell’Auto-amministrazione della Magistratura, la quale, peraltro, costituisce uno dei Poteri fondamentali dello Stato repubblicano. Tutto sta allora nello stabilire cosa significa «Politica». Se per politica, in base alla sua etimologia, la Polis, intendiamo la convivenza civile è ovvio che tutto quanto opera, anche nel campo delle istituzioni di garanzia, non può ritenersi estraneo alla Polis. D’altronde, proprio ad evitare che tale organo, il CSM, divenisse eccessivamente «autoreferenziale», e quindi in funzione di contemperamento, il Costituente stabilì che al proprio interno vi fosse la presenza, sia pure in proporzione inferiore, di una componente espressamente «politica» (come pure nei due CSM del progetto di revisione costituzionale). E si tratta di Avvocati o professori universitari di diritto, tutti però eletti eletti dal Parlamento in seduta comune, in quota, come si dice, dei rispettivi partiti politici di riferimento. Il caso Palamara è sorto perché due membri cosiddetti «laici», cioè politici, erano interessati a che alla carica di Procuratore capo di Roma fosse nominato un magistrato da loro proposto.
Se invece il problema è combattere la degenerazione correntizia, perché credo che a questo lei intende riferirsi, la soluzione va cercata non tanto nello stravolgimento della Costituzione, come fa la legge Meloni-Nordio, con la frammentazione/smembramento dell’organo di garanzia, l’attuale CSM, in tre organismi distinti e poi con l’assurdo meccanismo del sorteggio (peraltro asimmetrico per la componente «togata» e per quella «laica»), ma più semplicemente intervenendo mediante una legge ordinaria sul sistema elettorale per la componente «togata», in modo da impedire o limitare fortemente gli accordi correntizi. Si sarebbe potuto anche limitare l’assoluta discrezionalità del CSM, con lo stabilire criteri oggettivi per le nomine dei vertici degli Uffici, come aveva già iniziato a fare la legge Cartabia n. 71 del 2022, che invitiamo a leggere.
Articolo francamente fuorviante. Si vota su un testo di legge approvato dal parlamento secondo le procedure dettate dalla stessa costituzione per la sua revisione. Non si vota su dichiarazioni (inopportune ed inaccettabili) rilasciate da funzionari in televisione ne su disegni di Legge che non hanno mai visto la soglia del dibattito parlamentare. Insomma un processo alle intenzioni per altro di componenti marginali e poco credibili che chi mastica un po di diritto liquida come irrilevanti stante la sacrale affermazione nella costituzione riformata che la magistratura è autonoma ed indipendente da ogni altro potere dello stato. Questa è una corazza inscalfibile da qualunque velleità di soggetti approssimativi che in futuro volessero attuare quello che voi paventate nell’articolo. Piuttosto se proprio si vuole fare dietrologia mi concentrerei sulle posizione di ANM che ha dettato a tutti i partiti politici le parole d’ordine per opporsi a questa riforma. Ricorderei allora che ANM si è pronunciata contro: 1) approvazione del nuovo c.p.p. 2) contro l’istituzione della D.N.A. (facendo il primo sciopero dlela sua storia); 3) contro la nomina di Falcone alla D.N.A.4) contro l’approvazione del giusto procesos in costituzione.
C’è da dire, innanzi tutto, qualcosa sulla modalità di approvazione di questa legge di revisione, votata a stretta maggioranza, senza che fosse consentito, neanche a parlamentari di maggioranza, di presentare emendamenti. Stiamo parlando della Costituzione, la casa di tutti i cittadini, peraltro approvata, a suo tempo, a larghissima maggioranza da forze molto diverse, con ampio dibattito, non di una leggina…Nella quale, oltretutto, anche se proposta da una forza politica molto distante, vi si possono ravvisare anche aspetti positivi.
Affermare quindi che è stata rispettata la procedura prevista dall’art. 138 Cost., è fare solo del formalismo giuridico.
Una Costituzione moderna è come un orologio svizzero: se si modificano alcuni meccanismi, si rischia di squilibrare tutto. Ed è soprattutto un sistema di garanzie: se si comincia ad abbattere le garanzie, in questo caso, l’unicità e l’integrità del CSM, è inevitabile chiedersi quale potrà essere la mossa successiva. Se poi le mosse vengono espressamente indicate, non dall’ultimo dei venuti, ma dal Vicepresidente del Consiglio, leader della forza politica che ha maggiormente premuto sull’approvazione di questa modifica costituzionale, oltreché da un membro dell’attuale CSM in quota al Partito della Presidente del Consiglio, allora la preoccupazione aumenta considerevolmente.
A parte le dichiarazioni, ci sono soprattutto le proposte di modifica costituzionale avanzate dal Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia, la quale, com’è noto, viene ritenuta la mente del Progetto di revisione se non addirittura il vero Ministro della Giustizia, tanto che i suoi colleghi del Ministero l’hanno soprannominata «la zarina».
Impossibile non leggere in tutto ciò un preciso disegno politico.
Ma a parte le ulteriori modifiche costituzionali, ci preoccupa moltissimo quello che potrà essere fatto, anche con semplice legge ordinaria o decreto-legge. Uno dei problemi è il possibile sdoppiamento dell’accesso alla Magistratura, con una modifica del meccanismo concorsuale, rispettivamente per PM e Giudici. Una volta realizzato questo, con una semplice legge ordinaria o un Decreto legge, sarà possibile per il Governo prevedere un concorso speciale (cioè facilitato) con cui far accedere alla Magistratura requirente (PM) funzionari del Ministero dell’Interno (Prefetture e Questure), Ufficiali dei Carabinieri, ecc, che andranno a ricoprire i ruoli di PM nelle circa 150 Procure di tutta Italia. Così il cerchio si chiude: non ci sarà bisogno di un controllo politico dall’alto, ma sarà sufficiente un condizionamento dal basso per influenzare pesantemente, in modo conforme ai desiderata del Governo, i comportamenti delle Procure italiane…
Qualcuno dirà che questi sono processi alle intenzioni. Ma ci preoccupa fortemente ogni modifica della Costituzione, e la separazione delle carriere avrebbe potuto realizzarsi mediante legge ordinaria.
La modifica costituzionale per cui andiamo a votare si presenta come un cavallo di Troia: apparentemente garantista e progressista, prelude – nella sostanza – ad un intervento autoritario sulle istituzioni, che assieme ad altre proposte di questa maggioranza, Premierato e Autonomia differenziata, delinea un ulteriore grado di verticalizzazione del Potere in senso sempre più autoritario, con un fortissimo accentramento in capo all’Esecutivo e l’esautoramento degli altri Poteri.
Quanto poi ai principi fondamentali, quali l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, che rimarrebbero inalterati, basta ricordare i testi costituzionali di Stati contemporanei che non brillano certo per democraticità e rispetto dei diritti, i quali contengono principi solenni, quali l’indipendenza della magistratura o la garanzia dei diritti individuali, che vengono sistematicamente conculcati nella legislazione ordinaria e nella prassi: Turchia, Russia, Ungheria, forse anche Cina e Iran e adesso anche, e purtroppo, USA…
Quanto alle sue accuse all’ANM, vorremmo precisare che non siamo gli avvocati d’ufficio dell’ANM, che se vuole potrà replicare. Quello che ci preme è piuttosto la difesa della Costituzione, che in questo progetto di modifica, ci appare francamente sfregiata e vilipesa.
Tornando all’analogia con il cavallo di Troia, preferiamo essere assimilati a Cassandra, figlia di Priamo, che aveva capito l’inganno, ma non fu creduta, anzi considerata pazza, piuttosto che agli entusiasti troiani che aprono al cavallo le porte della città.
prendo atto che trattasi di preoccupazioni sulle previsioni di ciò che potrà accadere. Ma un dibattito serio non può pretermettere il testo di legge e le garanzie che assicura su autonomia ed indipendenza che rappresentano uno strumento formidabile in mano alla stessa magistratura per bloccare qualsiasi deriva autoritaria nei confronti della magistratura. Riserverei l’indignazione a quando questi tentativi si palesano concretamente. Sino ad allora la difesa preventiva appare per quel che è: la difesa dello status quo che non è certamente ottimale e va riformato per adeguarsi all’art. 111 della costituzione. La legge ordinaria non poteva modificare lo status quo se si vuole la separazione ma anche l’indipendenza ed autonomia dei requirenti. Il doppio csm quindi non è una diminuizione ma un raddoppio delle garanzie necessarie per operare. Sulla mancata condivisione della riforma stendo un velo pietoso. La sinistra parlamentare propugna da almeno 30 anni questa riforma ma poichè l’ha realizzata un governo post fascitsta si oppone. Quale interlocuzione è mai possibile con chi rinnega il passato? Quanto ad anm non ho mosso alcuna accusa ma riportato dati di fatto per far comprendere come la stessa ha monopolizzato il dibattito per difendere il proprio potere.