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Festa di Sant’Agata, liturgia della polis

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processione nella festa di Sant'Agata - via Etnea

Delle “Santuzze” siciliane, Lucia, Rosalia e Agata, si è occupata l’ultima puntata de “Le vie dei Santi, viaggio tra le devozioni popolari del nostro paese”, un ciclo dedicato alle tradizioni religiose e folkloristiche dell’Italia, condotto dall’antropologo Marino Niola all’interno della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti, in onda domenica mattina su Radio 3.

Niola insegna presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e si muove con molta competenza e disinvoltura tra le pratiche devozionali, lette come “tratti identitari” della cultura locale.

Ne “Le vie dei Santi”, delinea le figure di 8 Santi e Sante, ne racconta le vite e descrive le pratiche cultuali di cui sono fatti/e oggetto, tenendosi lontano “dai dogmi della teologia” ed approfondendo piuttosto gli aspetti culturali, storici, sociali, psicologici. Un racconto arricchito con testimonianze di fedeli, citazioni di aneddoti, inserimento di brani musicali e scene di film.

Nella puntata dedicata alle “Santuzze”, Niola sottolinea la centralità del femminile nella devozione popolare italiana e la continuità che lega le sante del mondo cristiano e le “grandi madri” pagane venerate negli stessi luoghi.

Le protettrici delle maggiori città siciliane – osserva – sono Sante vergini o Madonne indicate sempre come Maria (Maria dell’Aiuto, Maria della Lettera, Maria della Visitazione), che diventa così una Santa tra le altre, anche se più potente.

Le funzioni sacre legate alla fecondità, attribuite – nelle antiche religioni mediterranee – a figure femminili, spesso madre e figlia, vengono sintetizzate nella Vergine Madre. Come nel caso di Demetra e Persefone, il cui culto segnò la Sicilia greca e poi romana, che nel cristianesimo diventano “due in una” nella figura della Madonna.

Da antropologo, Niola nota come, nell’Italia settentrionale, il santo patrono sia quasi sempre un vescovo, una sorta di “eroe eponimo”, legato alle dinamiche sociali, economiche, politiche dei Comuni. Nel meridione, in un contesto per lo più agricolo, prevale un modello di santità femminile, verginale, materno, riconducile agli influssi bizantini ma anche alla diversa struttura economica, un mondo contadino caratterizzato da estrema precarietà esistenziale. “Qui prende forma quel cattolicesimo popolare contadino, fatto di immediatezza, devozione, pietà per la condizione umana, che è diventato parte costitutiva dell’antropologia italiana”.

Il percorso di Niola parte da Siracusa e dalla sua patrona Santa Lucia, per passare poi a Palermo e al culto di Santa Rosalia, ed infine a Catania. Sulla festa celebrata in onore della sua santa patrona, Niola ha scritto nel 2017 un articolo, “Sant’Agata, il fuoco sacro di Catania”, che si può leggere ancora sul sito di Republica e sul blog dell’autore.

“Basta un semplice sguardo a questo immenso catalogo di corpi in movimento per capire come la festa che fa battere il cuore ai catanesi, credenti e non credenti, non sia solo religione. O almeno non solo religione di chiesa. Ma liturgia della polis, dichiarazione di appartenenza, celebrazione del legame sociale”, scrive Niola.

Il cinque febbraio – prosegue – è “il giorno della verità in maschera. Il gran veglione in cui tutta Catania si fa teatro, come diceva Giovanni Verga”. Più avanti, nell’articolo, parlerà di volti e posture dei potenti che “assumono toni di straniata teatralità”.

Della santa, la “picciridda, la santa adolescente” alla quale furono tagliati i seni, ma che guarì miracolosamente per il fervore della sua fede, Niola dice che divenne “per una sorta di contrappasso, la signora del fuoco, la grande domatrice degli incendi, delle fiamme e delle eruzioni”. Con un richiamo al vulcano sotto cui è “accucciata” Catania e che “nel 1699 spalancò le sue bocche e vomitò torrenti di distruzione”, spiegando così “l’incandescenza della devozione di questa città”.

E’ un pezzo in cui Niola dà prova di uno stile brillante, immaginifico, di un modo di esprimersi che sa essere insieme ricercato e immediato. Uno stile che ritroviamo anche nell’esposizione orale, che risulta piacevole e, a tratti, divertente.

Rispetto al testo del 2017, Niola dedica – in trasmissione – molto più spazio al tema delle ‘ntuppatedde’,a cui Argo ha dedicato, l’anno scorso, un proprio approfondimento.

Trasmissione e articolo si concludono con la stessa notazione che, sotto il fenomeno festa, prova a leggere il contesto sociale: “Insomma, poteri e forze allo stato fusionale e confusionale, per una festa che, sotto lo scintillio del magma umano, lascia affiorare una geometria sociale al tempo stesso mobile e immobile. Proprio come la lava.”

La trasmissione si può riascoltare su Rai Play Sound a questo link

(ringraziamo Alberto Dionisi per averci autorizzato a ritagliare le sue foto)

2 Comments

  1. Con tutto rispetto e ammirazione per la meravigliosa credente Agata, come dichiarava ogni anno il buon don Resca, e’ solo una festa pagana e idolatra.

  2. Non entro nel merito storico-sociologico delle feste e dei santi martiri, argomento troppo complesso e fuori dalla mia portata.
    Come cittadino catanese esprimo la mia meraviglia per alcuni contorni della “liturgia della polis” come la chiama Niola, e quindi “politici” nel senso originario del termine.
    Meraviglia l’incivile rito dell’offerta dei grossi ceri accesi che riempiono le strade di cera pericolosissima per auto, moto e pedoni, e costosa da rimuovere.
    Meraviglia che per lo sparo dei fuochi si debbano emanare ordinanze che obbligano chi abita le case limitrofe ad allontanarsene (anche se gli spari avvengono di notte). Altre “polis” nel mondo sparano i fuochi sul mare o sui fiumi, non nelle piazze densamente abitate come piazza Cavour.
    Meraviglia che il bel concerto tenuto i il 3 sera in piazza Duomo con la presenza di un ottimo flautista, dopo una prima parte di inni sacri, abbia compreso nella seconda parte un coro dall’Aida di Verdi: quello dedicato alla guerra nel testo originale, che si conclude con “Morte agli stranieri” (anche se le parole cantate ieri dal coro erano state cambiate). E poi una serie di musiche di Ennio Morricone, bellissime ma scritte per film non propriamente edificanti, finendo col “re Leone”. Non si potevano trovare musiche, seppur “laiche”, più adatte al contesto di una festa religiosa?
    Vero che in certe altre feste si propongono “opere dei pupi” che raccontano sanguinose guerre tra cristiani e saraceni…
    Ma tutto questo dà l’idea di come la “polis”, in Sicilia come in tutto il mondo, tradizionalmente festeggia i propri Santuzzi.
    Niente togliendo ai momenti di commovente religiosità, e di vera fede di molti “devoti” (non “tutti”, però…). Che rischiano di essere sommersi da cera liquefatta, spari e luminarie multicolori, olivette e torroni.
    Si rassegnino i Santi patroni, la tradizione va sempre rispettata!

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