Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa sovietica liberava il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau. Dal 2001in Italia è stato istituito il “Giorno della Memoria”, “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Mantenere viva la memoria, soprattutto fra le giovani generazioni, aveva, ed ha, come obiettivo fondamentale quello di evitare che drammi del genere possano accadere di nuovo.
Come si legge in Quando suona la campanella (rivista on line sulla scuola), “La giornata è stata sì volano di approfondimenti storiografici e di una crescita del sapere diffuso, ma è stata anche l’occasione per una semplificazione divulgativa di ciò che accadde, trasformando spesso in cerimonie di presa di posizione etica quella che poteva essere occasione per un approfondimento storiografico e allo stesso tempo per un allargamento dello sguardo in senso diacronico, rivolto sia al passato che al presente”.
Proprio la necessità di allargare lo sguardo in senso diacronico, ha determinato, soprattutto nelle scuole, la necessità di confrontarsi con il nostro presente, di interrogarsi, anche, sulla drammaticità dei fatti a noi contemporanei. Non per negare l’unicità della Shoah, ma perché, come scrive L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, occorre creare “un antidoto alla macabra politica della sistematica distruzione dei popoli, all’idea che “ogni straniero è nemico”, alle pulsioni identitarie e alla logica eliminatoria nei confronti dell’”Altro”, che ha molti altri tragici esempi nella storia moderna del colonialismo e nell’attualità contemporanea”. Per questo sarebbe sbagliato, oggi, ricordare l’Olocausto senza denunciare la logica genocidaria che si è scatenata non lontano dal nostro Paese. Stiamo parlando di Gaza, ovviamente.
Secondo l’ONU, “per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.
Lo stesso ONU, peraltro, riconosce “che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”. Ecco, ricordare perché l’umanità non venga sconfitta, ieri come oggi.
Primo Levi, nell’introduzione a Se questo è un uomo scrive: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico‘. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”.
Se non vogliamo che si giunga al “termine della catena”, dobbiamo impedirne la crescita individuando subito i processi degenerativi, da qualunque parte essi provengano. Per questo, seguendo il ragionamento di Levi, oggi dobbiamo parlare dei campi di concentramento e di Gaza.


