Nel giorno in cui inizia il nuovo anno, non vorremmo cadere nella facile retorica degli auguri ‘buonisti’. Attraversiamo un momento difficile. Prevale, a livello globale, una situazione di incertezza e di paura, determinata da una drammatica esplosione di violenza alla quale sembra si possa rispondere solo con altra violenza.
La minaccia del nemico, reale o costruita ad arte che sia, induce a considerare inevitabile il riarmo e la conseguente destinazione ad esso di ingenti risorse, sottratte ai bisogni sociali. Dietro questa cultura del conflitto, ci sono enormi interessi economici e finanziari, capaci di determinare le scelte politiche dei governi.
L’unica risposta possibile ci sembra l’affermazione di una cultura della pace non ingenua ma nutrita di senso critico e fondata sul rispetto dell’altro, anche se diverso da noi, e sulla ricerca della giustizia sociale.
Vi proponiamo due messaggi che, pur diversi tra loro, ci richiamano al valore di una pace consapevole e responsabile.
Sono il messaggio di papa Leone per la LIX giornata mondiale della pace che ricorre il primo gennaio 2026 e gli auguri di Öcalan, fondatore del partito dei lavoratori del kurdistan, che sta scontando (in Turchia, in stretto isolamento) una condanna all’ergastolo per le sue posizioni politiche.
Papa Prevost prende posizione – in modo molto netto – contro il riarmo, con una lucida analisi degli interessi economici che ad esso sottendono. E conclude con l’esortazione del profeta Isaia “spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci”.
Abdullah (Apo) Öcalan si sofferma soprattutto sulla situazione del Vicino Oriente e sottolinea l’importanza di un modello politico democratico, rispettoso delle donne e delle diverse identità dei popoli, contrapposto al dispotismo che caratterizza molti governi ed è nemico della pace.
Messaggio di Leone XIV per la giornata mondiale della pace
Qui il testo integrale del messaggio di cui riportiamo di seguito alcuni stralci.
La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno […]. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace.
La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. […]
Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza
Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.
…constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico.
Una pace disarmante. La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino [… ]. Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris “Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia”.
Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).
Gli auguri di Abdullah Öcalan per il 2026
Auguro che il nuovo anno apra le porte alla pace, alla libertà e a un futuro democratico in Turchia, nell’Asia occidentale e nel mondo; auguro un felice anno nuovo a tutti gli amici, in particolare ai popoli in lotta.
Mentre entriamo nel nuovo anno, dobbiamo ricordare ancora una volta come il nazionalismo, sviluppatosi intrecciandosi con gli attacchi imperialisti nel corso dell’ultimo secolo, abbia gettato l’Asia occidentale in profondi conflitti, distruzione e frammentazione sociale. Tutte le forme di settarismo e nazionalismo etnico che si sperimentano oggi nella regione affondano le loro radici in questa storia recente e dolorosa. Purtroppo, la strategia del sistema egemonico di “dividi impera, provoca” continua in varie forme.
Proprio per questo motivo, nonostante tutte le difficoltà, la prospettiva di pace e di società democratica che abbiamo sviluppato si presenta non solo come un’opzione ma come una necessità storica. Se compresa correttamente e con chiarezza, questa prospettiva è un antidoto in grado di prevenire nuovi conflitti e di consentire ai popoli di vivere insieme in uguaglianza e libertà. La nostra responsabilità fondamentale nel prossimo futuro è prevenire un nuovo conflitto che potrebbe sorgere a breve termine ed evitare conseguenze irreparabili.
L’aggravarsi delle crisi e dei conflitti politici in Asia occidentale è il risultato inevitabile della situazione di stallo e dell’insostenibilità di una mentalità dispotica di civiltà, incentrata sul potere e sullo Stato, che persiste da migliaia di anni.
La risoluzione della questione curda, che è al centro di queste crisi, è possibile solo attraverso la pace sociale e il consenso democratico. È fondamentale che la questione venga affrontata non attraverso conflitti, guerre o metodi militari e di sicurezza,ma su basi democratiche fondate sulla volontà popolare.
Non dobbiamo dimenticare che senza la liberazione delle donne, la liberazione della società è impossibile. Se non si smantella la mentalità maschilista, la cultura della guerra non può finire e la pace non può essere duratura. Per questo motivo, considero la libertà delle donne il principio fondamentale e indispensabile di una società democratica.
La situazione caotica che si è creata in Siria è anche un chiaro riflesso della necessità di democratizzazione. La mentalità di governo monistica e oppressiva, che per anni ha negato le identità, ha ulteriormente rafforzato le richieste di libertà e uguaglianza di curdi, arabi, alawiti e di tutti i popoli. Nell’ambito dell’accordo firmato il 10 marzo tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’amministrazione di Damasco, la richiesta fondamentale espressa è quella di un modello politico democratico in cui i popoli possano governarsi insieme. Questo approccio fornisce anche una base per un’integrazione democratica negoziabile con il governo centrale. L’attuazione dell’accordo del 10 marzo faciliterà e accelererà questo processo.
È di vitale importanza che la Turchia assuma un ruolo facilitante, costruttivo e orientato al dialogo in questo processo. Ciò è fondamentale sia per la pace regionale che per il rafforzamento della propria pace interna.
La storia moderna dell’Asia occidentale è in gran parte una storia di “rivoluzioni negative”: guerra, oppressione, negazione e distruzione. Al contrario, ciò che proponiamo è una “rivoluzione positiva”: la ricostruzione della società attraverso metodi politici democratici, pacifici ed etici. La pace che sosteniamo con tanta insistenza non deve essere un risultato, ma un nuovo inizio. La lotta per i diritti lo stato di diritto e la democratizzazione, condotta pacificamente, eliminerà l’odio l’antagonismo e la rabbia e aprirà le porte a una nuova vita per tutti.
Con questo in mente, spero che il nuovo anno non sia un anno di guerra,distruzione e divisione, ma un anno di riconciliazione democratica, pace e volontà collettiva dei nostri popoli di costruire insieme un futuro condiviso.
Spero che il nuovo anno apra le porte alla pace, alla libertà e a un futuro democratico in Turchia, nell’Asia occidentale e nel mondo. Auguro a tutti i miei amici un felice anno nuovo, soprattutto a coloro che sono in difficoltà. Spero che il nuovo anno porti pace e una vita dignitosa per tutto il nostro popolo, e vi invio il mio amore e i miei migliori auguri. Questo periodo sarà segnato dalla liberazione delle donne, in cui le persone si uniranno pacificamente con i valori democratici.
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