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Esperienze d’avanguardia nella Chiesa catanese del post Concilio

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fedeli assembrati all'ingresso della chiesa del Villaggio Sant'Agata

La mia Chiesa ha una storia” (Il pozzo di Giacobbe, 2025)”, di Nino Indelicato, è il volume presentato mercoledì 3 dicembre nel salone di SS. Pietro e Paolo. Ricostruisce la storia di cinque parrocchie catanesi che, negli anni successivi al Concilio (1966 al 1988), vissero un’esperienza innovativa e ‘profetica’, provando a realizzare – ognuna con caratteristiche proprie – il rinnovamento che il Concilio aveva prospettato.

Con sensibilità diverse, i parroci di queste parrocchie e i loro ‘aiutanti’ avevano messo al centro del loro impegno pastorale non pratiche devozionali e cerimonie rituali, ma la Parola e l’Eucarestia, della quale diventava ministro e soggetto attivo non il prete ma il “Popolo di Dio”, la comunità tutta.

La parrocchia, non più dispensatrice di servizi religiosi, diventa una comunità che, mettendo da parte ogni giudizio moralistico, accoglie tutti, come ha sottolineato uno dei relatori, il teologo Pino Ruggieri, tracciando l’immagine di una Chiesa che apre le braccia e si fa coinvolgere dalla sofferenza delle persone. Ad imitazione di Gesù che, davanti al dolore e al bisogno degli uomini, veniva preso da una compassione che lo scuoteva “fin nelle viscere”.

E di persone in stato di bisogno ce ne erano tante nei quartieri in cui queste parrocchie erano situate. Quartieri periferici come il Pigno, Lineri, il Villaggio sant’Agata, o centrali ma stravolti da interventi urbanistici con pesanti ricadute sociali, come San Berillo.

Diversa la situazione del quartiere in cui sorse la parrocchia di SS. Pietro e Paolo, per lo più piccolo borghese ma con sacche di povertà e di solitudine che i suoi preti impararono a conoscere e a cercare, come ha ricordato lo psicologo Santo Di Nuovo, altro relatore alla presentazione, che di questa parrocchia ha fatto parte sin dalle origini.

Ed è sempre lui a sottolineare come queste parrocchie ‘diverse’ restassero delle “isole”, che si confrontavano tra loro, ma venivano guardate con diffidenza dal resto del clero cittadino e anche da qualcuno dei vescovi che in quegli anni si susseguirono.

Ma questo libro non ricostruisce solo un pezzo di storia della Chiesa di Catania, pone anche importanti domande sul presente. In un capitolo dedicato, l’autore si interroga sulla crisi del modello tradizionale di parrocchia, sul ruolo dei laici, fino ad ora subalterno e gregario, sulla necessità di individuare nuove modalità di presenza cristiana nella società e di annuncio del Vangelo. Se le chiese si spopolano e il numero dei preti diminuisce, suggerisce Indelicato, forse dobbiamo chiederci se ciò non sia dovuto alla mancanza di comunità che vivono del Vangelo, perché è al loro interno che nascono le vocazioni.

Comunità che si misurino con la complessità del mondo attuale, con una società “ormai multietnica, multireligiosa, multiculturale” (pag. 183), con l’affermarsi della cultura del più forte e dei sovranismi nazionalistici, con la piaga del lavoro povero da una parte e dello sperpero dall’altra.

Paradossalmente alcuni giovani preti che si erano formati prima del Concilio furono allora sensibili alle istanze di rinnovamento che da esso scaturirono e fecero scelte innovative, mentre i giovani preti di oggi sembrano spesso fermi al pre-concilio. Si aggrappano alle pratiche devozionali, organizzano processioni e feste patronali come se, spaventati dal mondo che cambia, cercassero sicurezza in una Chiesa di stampo tridentino.

Questo libro potrebbe essere per loro un’occasione di ripensamento, potrebbe offrire anche degli esempi di presenza sul territorio, che non vanno imitati in quanto tali, perché la società è cambiata e le sollecitazioni sono diverse, ma possono ispirare nuovi modi di essere presenti sul territorio.

Di giovani preti, nel salone di via Siena, non ne abbiamo visti. Tutto il capitolo della loro formazione è, del resto, ancora da ripensare e da scrivere, come sta provando a fare il Sinodo appena concluso.

Per chi volesse maggiori informazioni sui contenuti del libro, mettiamo a disposizione dei nostri lettori l’intervento di Santo Di Nuovo, di cui il relatore ci ha invito una sintesi, con il titolo

Pezzi di Chiesa catanese da ricordare

Il contesto storico è la metà degli anni ’60 del secolo scorso: il Concilio Vaticano II appena concluso, il Concilio voluto da papa Giovanni che lo aveva definito “un balzo in avanti del Regno di Cristo”. Questo balzo alcuni preti e laici della diocesi di Catania vollero farlo davvero, senza paura di andare controcorrente e anzi sperando di testimoniare come il rinnovamento poteva essere fatto, diventandone l’avanguardia.

Il libro di Nino Indelicato racconta queste esperienze, vissute in cinque quartieri catanesi e promosse da preti molto diversi tra loro ma accomunati dall’unico intento di adeguare allo spirito conciliare la vita della parrocchia a loro affidata. Giovanni Piro (e poi Alfio Carciola) a Santi Pietro e Paolo, il salesiano Nino Visalli a Lineri, Concetto Greco al Pigno, Biagio Apa insieme al teologo Pino Ruggeri al Villaggio Sant’Agata, Pippo Gliozzo con Carmelo Politi al Crocifisso della Buona Morte.

Anche i contesti erano molto diversi: un quartiere della nuova agiata periferia urbana, case sparse in mezzo alle sciare di Nesima, due quartieri satelliti emarginati dal resto della città, una zona di centro cittadino sventrato dal progetto del nuovo San Berillo dove una presuntuosa “City” coesisteva fianco a fianco con zone di antico degrado.

Ma gli obiettivi delle cinque avanguardie conciliari erano gli stessi:

  • Privilegiare la vita comunitaria della Chiesa locale rispetto alla chiesa fisica come luogo di riti.
    Ai Santi Pietro e Paolo, per anni prima della costruzione della grande chiesa, si celebrava Messa nei locali messi a disposizione da famiglie, in un centro sociale, nella corsia di un garage condominiale; le aule di catechismo si inventano nei locali più insoliti, la vita della comunità si estendeva alle strade per realizzare il carnevale dei bambini (denominato dalla fantasia di Giovanni Piro “cuori in festa”), fino ai campeggi estivi dove i parrocchiani si ritrovavano sempre più numerosi per fare insieme esperienze di vita comune. Non-chiese in senso tradizionale erano anche i locali parrocchiali a Lineri, al Pigno, al Villaggio Sant’Agata. Al Crocifisso della Buona Morte la chiesa c’era e bisognò evitarne la distruzione, ma venne riorganizzata per rispondere ai bisogni di partecipazione comunitaria.
  • Privilegiare l’ascolto della parola di Dio e l’offerta dei Sacramenti e della relativa catechesi, non come qualcosa di automatico per chi si dichiara “fedele” solo perché partecipa passivamente ai riti, ma come segni di una effettiva conversione al messaggio evangelico e alla vita cristiana. “Raddrizzare una fede distorta”, superando la visione della “bottega” che vende Sacramenti (sono citazioni di quanto veniva scritto nelle relazioni alla diocesi e che il libro riporta). Infatti tutti questi parroci abolirono il pagamento dei sacramenti, riducendo i riti all’essenziale, sopprimendo tutti gli orpelli e le sovrastrutture cui la gente era abituata.
  • Privilegiare l’accoglienza e l’apertura ai bisogni sociali “facendosi interrogare dalla storia” (parole di padre Gliozzo), il che voleva dire apertura alle diverse etnie e religioni, e prendersi cura dell’emarginazione della porta accanto, valorizzando il volontariato allora fiorente. Così nacquero a Lineri iniziative sociali come il Centro diurno per i bambini, la cooperativa Marianela Garcia, il centro di formazione professionale Oscar Romero; al Villaggio Sant’Agata il Centro Ricerca e Scuola popolare che produsse per alcuni anni il periodico (anzi, a-periodico) dal significativo nome di “Catania due”.
    Ai Santi Pietro e Paolo un gruppo di solidarietà si occupò delle sacche di povertà e solitudine che il quartiere nascondeva, fu ospitato un gruppo Scout molto attivo nel sociale, e il primo Comitato di quartiere sorto spontaneamente sei anni prima della costituzione dei Consigli formali. Si attivò un osservatorio delle attività del Consiglio Comunale, e poi nel 1987 il gruppo “Città Insieme” animato dall’infaticabile padre Salvatore Resca che aveva lasciato i Salesiani ed era andato a vivere nella parrocchia con Giovanni Piro ed Alfio Carciola. Dopo la contestazione dei fatti di Comiso del 1983, dove era stata benedetta dal Vescovo locale la cappella nella base militare, fu avviato il gruppo “Costruiamo la pace”, collegato a Pax Christi nazionale. Tutte esperienze ancora attive e vivaci nel panorama della Chiesa catanese.

C’era da aspettarsi che questo impegno nel sociale attirasse l’attenzione e la partecipazione delle forze politiche progressiste, e soprattutto dei cattolici al loro interno. Ma ci si poteva aspettare pure che questa attenzione – contrastando con il fatto che il resto della chiesa catanese fosse invece “attenzionata” dal “partito dei cristiani” (così veniva definito) – suscitasse reazioni drastiche, delazioni al Vescovo, tentativi di etichettare queste parrocchie come “rosse”. Il libro chiarisce come queste definizioni erano pretestuose. Ma in realtà traevano forza perché si sovrapponevano alle critiche, interne ed esterne alle stesse parrocchie, di tradire il senso del cristianesimo ed i suoi riti consolidati. Così il tentativo di aprire la Chiesa al mondo e alle sue novità, derivante dalla proposta conciliare, diventò in ampi settori della diocesi catanese un segno di “protestantesimo” strisciante e pericoloso.

Ricorda lo storico della Chiesa Alberigo che “la proposta del Vaticano II alla Chiesa implicava una Krisis nel senso forte della parola, cioè mutamenti profondi, una vera conversione”. Ma il popolo di Dio cui questa proposta così forte si rivolgeva era preparato per questo? Qualcuno si occupò di “convertirlo”? Anche nelle isole profetiche di cui si occupa il libro – e in altre che si svilupparono in seguito, sia a Catania che altrove – la proposta fu intesa così: qui si propone un nuovo modo di essere “fedeli” al Vangelo e al Concilio; chi non ci sta può trovare altrove quello che continua a volere dal modello di Chiesa in cui è abituato a credere.

E così fu: mentre molti da fuori parrocchia andavano a frequentare le esperienze di avanguardia di cui condividevano la proposta innovativa, molti altri emigravano dalle loro parrocchie di residenza verso altre, magari limitrofe, che continuavano a dare servizi religiosi come quelli cui erano abituati.

Il balzo in avanti auspicato da papa Giovanni non ci fu, se non in queste isole che rimasero… isolate, nonostante i tentativi – sporadici e frammentati – di collegarsi tra loro costituendo l’arcipelago degli innovatori. Così in gran parte, tranne alcune esperienze che tuttora persistono validamente, finirono per esaurire la loro spinta propulsiva, per i motivi diversi che il libro precisa bene. Nella lucida autocritica di alcuni dei protagonisti troviamo la domanda: “cosa abbiamo fatto per coinvolgerci con la Chiesa diocesana?” Si poteva fare di più in questa direzione?

Il cardinale Repole in uno scritto di poco tempo fa, citato nel capitolo finale del libro, riconosce: “Il modello di cristianità si è ormai esaurito … ma di fatto la struttura ecclesiale non si è riformata sulla base di un modello nuovo.” C’è il dubbio se possa reggere ancora il modello di parrocchia come “comunità di fedeli che rappresenta la chiesa visibile stabilita su tutta la terra” (definizione della Costituzione conciliare sulla liturgia). Questo comporterebbe che nei diversi pezzi in cui si frammenta uno specchio ciascun pezzo riproduce l’immagine intera. Ma è così che può essere vista un arcipelago di unità territoriali che in molti casi non rispecchiano la visibilità della chiesa universale, come il Concilio avrebbe voluto?

È una questione aperta, cui tocca rispondere al percorso sinodale nelle singole diocesi, e al coordinamento universale di chi regge le diocesi nel mondo. Rileggere il passato della Chiesa locale non è solo un “Amarcord” collettivo di tempi che non possono più tornare, ma uno spunto per costruire – altrettanto collettivamente – la Chiesa del futuro.

Santo Di Nuovo

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