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Ho ancora le mani per scrivere

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figure umane chiuse in un recinto da cui immaginano di uscire, dalla copertina del libro "Ho ancora le mani per scrivere"

Torniamo oggi sulla Palestina, quasi uscita di scena dopo l’avvio della finta pace di Trump, parlando di un libro di testimonianze da Gaza, recensito per noi dall’amica e collaboratrice Marina Mangiameli, storica già docente nei licei.

Un quadro multicolore spesso appare immediatamente come un qualcosa di unitario e perfino gradevole anche per chi non ami l’astrattismo. Accade diversamente per un testo, specie se fatto di frammenti diversi di autori diversi. Ma ci sono delle significative eccezioni.

Il testo di cui ci occupiamo oggi, e che segnaliamo a quanti volessero capire meglio cos’è la vita in zone di guerra, cos’è stata e cos’è la vita a Gaza, ha un titolo che insieme sintetizza ed esprime la condizione di un popolo: ”Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza”( 2025, a cura di Aldo Nicosia, Edizioni Q).

Non c’è alcuna retorica nella descrizione dato che la disperazione che sostiene la prosa è così forte, così invadente, così evidente da respingere qualunque orpello inutile e al tempo stesso la varietà e la complessità delle diverse situazioni è tale da scolpire una fortissima unitarietà nella descrizione al di là dei differenti autori che la compongono.

L’opera si divide in quattro parti ( Parte I 14 Ottobre-30 dicembre, parte II Gennaio-Marzo 2024; Parte III Aprile-Giugno 2024, Parte IV Luglio-Settembre 2024) e descrive esperienze che vanno dall’ottobre 2023 al settembre 2024. Insomma sono racconti che provengono non da semplici spettatori ma da “attori” da chi è insieme testimone e vittima di ciò che racconta. Mai come in questo caso è calzante, come si legge nella introduzione del curatore, il significato del termine arabo che traduce “testimone” con una parola che ha la stessa radice di “martire”. Perché qui i testimoni sono martiri ed i martiri testimoni.

Insomma si tratta di una specie di zibaldone che ricostruisce, in modo assolutamente unitario, per la forza del dolore che lo anima, con una prosa sorprendentemente chiara, semplice ma assolutamente efficace, i sentimenti, le speranze, le angosce di chi vive esperienze terribili cercando di non perdere la propria umanità e persino di non dimenticare i tempi in cui nella vita c’era spazio per il domani.

Oltre la fame, oltre l’oppressione, oltre la pulizia etnica e lo sterminio, la scrittura diventa l’’estrema difesa della propria umanità in un mondo dove non c’è più nulla di “umano”. La scrittura in altri termini è un “lusso”, l’unico, di chi non ha scelto volontariamente la guerra ma da oltre settant’anni è costretto a subirla per difendere la propria terra, la propria casa, la propria vita. E’ una reazione silenziosa all’alienazione, all’angoscia quotidiana, alla solitudine, al dolore, alla nostalgia.

E’ terrificante, per chi legge, l’estrema naturalezza con cui si scrivono frasi come questa:”C’è una famiglia che ha rifiutato di abbandonare il campo. Li hanno presi a cannonate. I loro corpi sono rimasti incastrati sotto le macerie”(p.124). O anche “Vedo uomini dare l’addio ai propri figli che corrono a prendere un tozzo di pane- e questa non è una metafora- e ne ho visti morire molti per quel tozzo di pane.”(p.93). E constatazioni come questa a suggello di ricordi di feste del passato: “La festa è finita quando Gaza è finita all’altro mondo, da quando non abbiamo più casa, città, parenti e amici”(p.107).

Leggendo si comprende come possa essere un prezioso lascito della fortuna, in tutto questo, avere ancora mani per scrivere.

3 Comments

  1. Fermate l’uccisione dell’essere umano.
    Sapete qual’è la bugia più grande riguardo agli abitanti di Gaza? Quella secondo cui stiano morendo per i bombardamenti. La verità è che noi moriamo per lo sfollamento; moriamo nelle tende, per la fame, la sete e le malattie. Moriamo mentre la nostra dignità viene calpestata e umiliata. Moriamo mentre la guerra uccide l’essere umano che è in noi, trasformandoci in belve che si divorano a vicenda, affinchè muoiano in tanti e sopravvivano in pochi. Moriamo quando ci ricordiamo di non avere più una casa, delle pareti o dei tetti; di come il cielo sia diventato la nostra coperta, e la sabbia il nostro tappeto e il nostro letto. Moriamo in mille modi diversi, diventando quasi bestie, mentre voi diffondete la menzogna del cessate il fuoco. Ma ciò che deve cessare è l’uccisione dell’essere umano!
    Sama Hasan
    24 luglio 2024

    E’ uno dei 222 brevi componimenti raccolti nel bel libro “Ho ancora le mani per scrivere”.
    Mi è sembrato importante riportarne uno per intero, per integrare l’ottima recensione fatta su Argo.

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