Se c’è una città in cui manca il verde, in cui si continua a dichiarare “no al consumo di suolo” mentre si sfornano permessi di costruire che sacrificano le ultime aree libere, questa è Catania. Gli Uffici pensano che il problema si possa risolvere con la perequazione, vale a dire con un “va bene, costruisci pure, ma lascia libero un pezzettino di area dove piantare un arbusto e mettere un sedile”. Così il privato può fare il suo comodo lasciando alla collettività un triangolino di compensazione.
Una soluzione che ha effetti irrilevanti e quasi nessuna ricaduta positiva per quanto riguarda la mitigazione della temperatura, il miglioramento della qualità dell’area o altri benefici sociali, ambientali, sanitari, offerti dal verde pubblico.
La questione del verde pubblico andrebbe affrontata in ben altro modo, con una programmazione attenta ai veri bisogni della collettività. Lo farà il PUG? Ce lo auguriamo ma ne dubitiamo perché non vediamo attualmente, da parte degli uffici incaricati di redigerlo, un reale interesse a mettere al primo posto il bene comune.
Nel frattempo il verde pubblico previsto dal Piano Regolatore del 1969, ancora vigente, viene costantemente cancellato dal via libera a progetti grandi e piccoli.
Grandi come quello di Viale Lainò, dove su novantamila mq destinati a verde pubblico, si vogliono costruire villette, edifici residenziali accorpati, centri commerciali, parcheggi, e – tanto per salvare la faccia dell’interesse pubblico – una scuola, un “centro civico” e del verde attrezzato.
La stessa sorte subiscono piccoli spazi via via sacrificati sull’altare di nuovo cemento. E’ quello che è accaduto in via del Rotolo, in una zona destinata a “Verde Pubblico”, come dichiarato a chiare lettere anche nel permesso di costruire rilasciato dall’Urbanistica, nel gennaio 2022, per la demolizione e ricostruzione di un edificio.
Siamo ai numeri civici dal 15 al 27, dove un edificio storico del primo Novecento, ad una sola elevazione e con una volumetria di circa 3800 mc, che in origine era uno stabilimento per la lavorazione e conservazione delle acciughe, è stata sostituito da un palazzo di sei piani con una volumetria quasi doppia.
Più che raddoppiata la superficie calpestabile, che passa dai 680 metri quadri dell’edificio originario a 2500 metri quadri circa dell’attuale, con evidente aumento del carico urbanistico della zona.
La richiesta di demolizione e ricostruzione, con premialità volumetrica, è stata avanzata sulla base di una legge regionale (6/2020) che consentiva un incremento di volume non superiore al 35% rispetto all’edificio preesistente ma non era applicabile nelle aree destinate a verde dallo strumento urbanistico, come abbiamo già scritto quando era stato rilasciato il permesso ma non c’era ancora il nuovo edificio..
L’Urbanistica ha dato, tuttavia, il consenso autorizzando la costruzione di un edificio residenziale di 5 piani fuori terra (più un piano seminterrato) per un volume complessivo di circa 4500 mc (inferiori – come dichiarato nel permesso di costruire – al volume massimo consentito per legge di 5300 mc).
L’edificio realizzato, però, di piani ne ha sei fuori terra e uno seminterrato, per un volume complessivo molto maggiore, di 6200 mc.
Nel permesso di costruire troviamo, come sempre, una serie di indicazioni su quello che si deve e non si deve fare, e soprattutto sulla documentazione da presentare per non incorrere nella “sospensione dell’efficacia del presente atto”.
L’importante è che le carte siano a posto. Se poi si costruisce un piano in più rispetto a quelli autorizzati, nessuno dice niente, nessuno controlla. Sempre che, nei disegni del progetto approvato, non figurino già tutti e sei i piani, benché il permesso ne indichi soltanto 5…
E’ già delittuoso avere demolito un edificio ormai storico e di un certo pregio, tanto che ne è stata conservata la facciata, senza però tentare minimamente di integrarla nella nuova costruzione, del tutto anonima, con il risultato di un effetto visivo poco convincente.
Quanto al verde, neanche l’ombra. Abbiamo solo un altro palazzone che si aggiunge a quelli che vanno sorgendo in quella zona in cui il piano di Piccinato prevedeva un grande parco, un progetto di cui si è persa anche la memoria.



Ma come si spiega che a Catania non si riesce ad impedire che simili obbrobri edilizi vengano portati a termine impunemente? Cosa possiamo fare noi cittadini?
Abbiamo bisogno di verde per vivere e respirare, non di altro furto al suolo. .Di investimenti per una città vivibile, non di cemento
Semplice capire: se nessun soggetto (sociale, politico, di movimento ecc.) controlla; e quasi sempre nessuno controlla sia perché la società civile è debole e sparuta, sia perché i percorsi autorizzativi non vanno certo a cercare gli eventuali oppositori, ma girano fra le scrivanie di chi può benissimo non vedere – perché non vuole vedere – è chiaro che, quando va bene, si arriva sempre a cose fatte. E se le cose sonno palazzoni chi mai potrà e vorrà demolirli? Vale anche per strade, parcheggi, sistemi di logistica, e così via.
Il caso di via del Rotolo è identico ad almeno altri 20 casi di demolizione e ricostruzione realizzati negli ultimi 5 anni in varie parti dalla città (Civita, san Berillo, Cibali, Viale, Borgo, zona Stazione) , con l’avallo della Direzione Urbanistica del Comune e la complicità evidente della Sovrintendenza per cui “nulla osta” alla devastazione di edifici ottocenteschi o inizio novecenteschi . Guarda caso gli studi tecnici coinvolti sono quasi sempre gli stessi , il firmatario dei permessi a costruire è sempre lo stesso, il paravento normativo (la legge 6 con la premialità volumetrica ) è sempre lo stesso. Non sono singoli casi è un sistema , un’associazione (presumibilmente a delinquere) che sta compiendo un nuovo sacco della città. Andrebbe fatto un lavoro di raccolta sistematica dei dati di analisi dei singoli permessi a costruire e degli allegati , di incrocio tra nomi, ecc. Nessuno mi sembra se ne occupi a parte Argo. La procura non sembra interessata ad occuparsene.. Di lavoro per il giornalismo d’inchiesta ne abbiamo??