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Homeless e servizi a bassa soglia, l’accoglienza che a Catania non c’è

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seminario servizi a bassa soglia, sala e schermo

Quello che si è svolto mercoledì 29 ottobre a Palazzo Platamone è stato un vero e proprio svelamento. Il seminario su “I servizi a bassa soglia”, a cui hanno partecipato operatori di strutture, per lo più pubbliche, di altre città (Torino, Parma, Bologna), ha permesso di vedere con chiarezza quello che prima si intuiva soltanto. Altrove ci sono amministrazioni che si occupano dei più fragili, che vanno incontro ai loro bisogni. A Catania no.

I nostri amministratori si sono anche sottratti al confronto, non sono venuti ad ascoltare, non sono intervenuti neanche per un saluto istituzionale, lasciando che il Comune fosse rappresentato soltanto dalla dottoressa Marcella Signorelli della Direzione Famiglia e Politiche Sociali. A porgere un augurio di buon lavoro a relatori e partencipanti è stato Carmelo Florio, psichiatra, responsabile della salute mentale della Azienda Sanitaria Provinciale di Catania.

Eppure il seminario non è nato da un’iniziativa estemporanea, è stato la tappa di un percorso iniziato più di un anno addietro da una Rete di associazioni che lavorano nel campo delle marginalità sociali, il Movimento/Rete in strada. Un percorso in cui le associazioni hanno tentato di coinvolgere l’assessorato ai Servizi Sociali che, dopo una iniziale fase di disponibilità, si è – di fatto – sottratto.

Della Rete fanno parte Civico Zero, che si occupa di minori stranieri o giovani maggiorenni in situazione di fragilità, Lhive Diritti e Prevenzione, che si occupa di salute, di persone che vivono con l’infezione di HIV o hanno dipendenza da uso di sostanze. E ancora, il Centro Astalli e la Casa della Mercede che lavorano con migranti e rifugiati, e l’OULP e Trame di quartiere presenti in un contesto problematico come San Berillo. Partecipano anche il Sunia, sindacato che si occupa della drammatica situazione dell’abitare.

E Restiamo Umani/ Incontriamoci, una rete dentro la Rete, che ha condotto una ricerca per determinare non solo il numero dei senza dimora a Catania, ma anche l’entità dei fondi stanziati per affrontare il fenomeno e il modo, non sempre trasparente, in cui sono stati utilizzati.

La chiusura, nel mese di gennaio, del dormitorio di via Eredia ha indotto le associazioni della Rete a chiedere con insistenza al Comune risposte adeguate alla drammaticità della situazione. A partire dai dormitori a bassa soglia, vale a dire di massima accessibililità, per accogliere le persone costrette in strada, senza trafile burocratiche, anche solo per una notte.

Dalla risposta aleatoria del Comune e dall’esigenza di confrontarsi con esperienze positive praticate altrove, è nato questo seminario.

A spiegare cosa significhi la “bassa soglia” provvede Leopoldo Grosso, psicoterapeuta con vasta e lunga esperienza, oggi presidente onorario del gruppo Abele: l’obiettivo dei servizi a bassa soglia, che non sono “atti caritatevoli o di medicina palliativa”, è la “riduzione del danno” e l’offerta del massimo della salute possibile.

Un obiettivo molto difficile da raggiungere, anche perché la platea delle persone fragili che vivono in strada è ampia e varia, ed è in crescita. Include coloro che hanno perso la casa e il lavoro e non hanno sostegni familiari, persone con problemi di dipendenza dall’alcool o da altre sostanze o con disturbi mentali, immigrati senza protezione, sex workers invecchiati, vittime di tratta, giovani a rischio.

Persone intrappolate in situazioni da cui non sanno, e talora non vogliono uscire, e che bisogna raggiungere prima che cadano in quella che Grosso definisce “rassegnazione rancorosa”, che subentra con il tempo, quando si è atteso invano quello che non arriva mai.

Persone, quindi, che non vanno attese negli uffici ma cercate, e alle quali vanno offerti servizi “attrattivi”, la possibilità di fare un doccia o cambiare i vestiti, o di tenere da parte un piccolo bagaglio personale. Piccoli passi – prosegue Grosso – da cui partire per iniziare un percorso di miglioramento e di cura che alimenti in queste persone una maggiore fiducia in se stessi, la speranza di potercela fare. L’autostima è condiderata da Grosso un “fattore protettivo” insieme alle “relazioni significative”, che possono salvare dal “deserto relazionale” in cui ci si trova.

Lo psicoterapeuta racconta delle “stanze del consumo” che sono state create per offrire, ai consumatori di sostanze, non solo counseling e materiale sterile, ma anche cure mediche e l’analisi delle sostanze che assumono.

Evidenze scientifiche – aggiunge – dimostrano che gli interventi di questo tipo sono efficaci, che i percorsi di cura portano reali benefici non solo al singolo ma alla collettività, rendendola più sicura dal punto di vista sia della salute sia della tranquillità della convivenza.

A questi servizi va data, però, una prospettiva di crescita, un’idea di futuro, perché queste persone possano arrivare all’autosostentamento e trovare soluzioni abitative che permettano di superare stabilmente l’emarginazione. Una prospettiva che può diventare concreta solo se si combinano più interventi, si fa rete fra enti e ci si connette alla società civile che deve essere preparata all’impatto con queste realtà.

Servono, quindi, molte competenze e la consapevolezza delle difficoltà: “bassa soglia non significa bassa professionalità”. Tutt’altro.

Una convinzione condivisa dalle altre relatrici, Michela Mazza e Caterina Sacchi d Pama e Meri Bassini di Bologna.

Mazza e Sacchi, assistenti sociali del Comune di Parma, coordinano il progetto “Fragilità”, all’interno del quale è stata creata una “struttura notturna temporanea di accoglienza pubblica” che accoglie minori non accompagnati e adulti in condizione di fragilità. Anche se il progetto si occupa anche di sfratti, di contrasto allo sfruttamento lavorativo, di accompagnamento per chi esce dal carcere. Una grande varietà di situazioni difficili in cui sono coinvolti molti stranieri ma anche, semre di più, gli italiani. Per le donne è nata “Le cento lune”, una struttura di accoglienza notturna transitoria femminile.

Le relatrici si soffermano sulla necessità di essere “flessibili” per adattarsi al cambiamento delle situazioni ed individuare via via interventi più adatti alle nuove fragilità. Al centro rimane la persona, e quindi la relazione e l’ascolto, ma anche la concretezza, dalla ricerca del lavoro al bike sharing nato dal basso. Tenendo presente il “dopo”, il passo successivo, come il passaggio ad una comunità di seconda accoglienza.

Della necessità di imparare sempre cose nuove e cercare sempre nuove soluzioni, parla anche Meri Bassini, del Servizio Dipendenze Patologiche della AUSL di Bologna. “Si devono trovare soluzioni nuove anche quando non si ha neanche il tempo per pensarci, perché le persone hanno bisogno di una risposta. E ogni ritardo implica un costo più alto, a tutti i livelli”, racconta sulla base della sua esperienza.

E insiste sull’approccio condiviso tra coloro che si occupano dello stesso problema da diversi punti di vista, “creando reti di collaborazione e di sostegno”, adattandosi anche a strutture limitate e cogestite. E a risorse scarse. Ciò nonostante il Sert è riuscito a dotarsi di un camper che gira per la città e a creare un Servizio a Bassa Soglia, in cui viene offerta a tutti la possibilità di fare analisi del sangue, ecografie addominali e toraciche, elettrocardiogramma.

2 Comments

  1. Non si può dire che l’Amministrazione, a Catania, ignori i senza tetto. Infatti, periodicamente, li caccia via dalle strade con le loro povere cose…

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