Dopo il cosiddetto decreto Caivano, per i minorenni il carcere non è più l’extrema ratio. Le strutture a loro dedicate si sono, quindi, riempite fino al sovraffollamento, soprattutto nelle città del nord come Milano, Torino, Firenze. Le ricadute ci sono anche negli istituti del sud, dove molti ragazzi, per lo più minori stranieri non accompagnati, vengono trasferiti.
I trasferiti sono, in genere, i più problematici, i responsabili di atti di ribellione, di distruzione, di autolesionismo. Sono ragazzi che, spesso, prima dell’arresto vivevano in strada, si mantenevano con espedienti, dal furto allo spaccio, facevano uso di sostanze stupefacenti.
Anche una decina di anni addietro, nel periodo degli sbarchi, c’era stata nell’IPM di Catania una crescita del numero degli stranieri, per lo più membri degli equipaggi delle imbarcazioni, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Si trattava di ragazzi abbastanza tranquilli, e comunque in numero molto ridotto rispetto a quello degli italiani.
Oggi la situazione è diversa. Diversi i numeri, perché i detenuti stranieri sono quasi la metà dei ristretti. Diversa la tipologia delle persone, più reattive, più insofferenti, talora con problemi di tipo psichiatrico. E non è facile avere gli strumenti per fronteggiare una situazione così difficile.
Per comunicare con i ragazzi stanieri, provenienti da diversi paesi africani, l’istituto ha oggi tre mediatori culturali, con due nuovi elementi che affiancano lo storico Abdull.
E’ cresciuto anche il numero degli educatori con l’arrivo di cinque vincitori dell’ultimo concorso, che si stanno inserendo in uno stile di lavoro già rodato, basato su accoglienza e integrazione, frutto di un impegno decennale condotto sotto la direzione di Maria Randazzo e, negli ultimi anni, di Letizia Bellelli.
Rimane inadeguato il numero dei poliziotti penitenziari, mancando all’organico ben 17 unità. Una carenza di non poca importanza perché, negli istituti per i minorenni, i poliziotti penitenziari non hanno solo compiti di controllo ma anche di osservazione, tanto da partecipare alle équipe ‘trattamentali’ portando un contributo non secondario.
Il lavoro di sinergia tra educatori e poliziotti penitenziari, non sempre presente altrove, è stato uno dei fattori vincenti di quello che potremmo chiamare il ‘metodo Catania’.
Ora tocca alla nuova direttrice, Maria Covato, molto preparata e determinata. E che – nonostante la giovane età – ha già un buon bagaglio di esperienze, alcune delle quali maturate in questa struttura, in cui è stata educatrice.
L’Ipm di Catania è considerato un carcere rigido, perché il rispetto delle regole è imposto e praticato non solo come strumento di ordine, ma “per il valore educativo che riveste nella crescita degli adolescenti”, ricorda Covato.
Con i nuovi arrivati, spesso arrabbiati per il trasferimento, questo crea un impatto difficile. Ci sono stati episodi di danneggiamento alla struttura e incendi delle camere di pernottamento, oltre ad atti di autolesionismo. “Superata questa prima fase di adattamento – prosegue la direttrice – si può cominciare a lavorare. Lavorare sull’ascolto e sulla relazione. Con ogni ragazzo, evitando il rischio di trascurare chi sembra meno bisognoso di attenzione”. Un ascolto che coinvolge anche lei personalmente che ha avviato una sorta di sportello, i “colloqui con il direttore”.
Lavorare sull’integrazione, senza creare gruppi differenziati, italiani da una parte e stranieri dall’altra. “Le diffidenze ci sono, c’è il razzismo, anche tra stranieri e stranieri. Per superarle servono le attività integrate, uguali per tutti, da fare insieme”.
Soprattutto bisogna offrire ai ragazzi delle opportunità. Opportunità che diventano particolarmente significative per chi – italiano o straniero – non le ha mai avute.
Su questo piano l’IPM è da tempo in prima fila. Abbiamo raccontato su Argo esperienze offerte ai ragazzi dell’istituto che sono al limite dell’incredibile, come le lezioni di vela o la possibilità di girare un film.
Ma ci sono state offerte formative a tanti livelli e in tanti settori. E ce ne sono ancora: corsi di sartoria, di pizzeria e pasticceria, di manutenzione del verde, di edilizia ed impiantistica, di restauro di mobili, per parrucchieri e barbieri. Ci sono anche le attività sportive e quelle culturali ed espressive, come il teatro e lo studio del pianoforte. (leggi Teatro in carcere, stravolgere le fiabe per scoprire se stessi oppure Il Piccolo Principe e i minori del carcere di Bicocca)
E naturalmente la scuola, con i corsi del CPIA (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) previsti da un procollo tra Ministero dell’Istruzione e della Giustizia. Per chi vuole continuare a studiare, nei casi in cui siano soddisfatte le condizioni previste dall’ordinamento carcerario, c’è anche la possibilità di frequentare un istituto di istruzione superiore e persino l’università, con le stesse regole del lavoro all’esterno.
A breve lo faranno due ragazzi che, iniziando questo percorso, dovranno rimanere separati dagli altri ristretti. Per loro, essendo la struttura al completo, si sta attrezzando un settore in precedenza riservato all’isolamento. “Non serve più” dice Covato “I ragazzi stessi lavoreranno alla sua sistemazione, e creeremo 4 stanze, un refettorio e un’aula studio”, che dovranno essere attrezzati. Tra l’altro “stiamo cercando una tastiera elettrica”, conclude.
Covato è consapevole dei rischi che si assume a lasciare uscire i ragazzi. “C’è la preoccupazione che possano non resistere, ma devono anche prepararsi alla vita esterna, ed è bene che lo facciano gradualmente, piuttosto che passare poi dal contenimento totale alla libertà totale”.
Una difficoltà importante è la collocazione periferica dell’istituto. In una città con servizi di trasporto pubblico del tutto inadeguati, i tempi degli spostamenti sono lunghissimi e penalizzanti.
Così, quando il vescovo Renna, venuto in visita all’istituto, le ha chiesto cosa potesse fare per i ragazzi, Covato ha colto la palla al balzo e ha chiesto la disponibilità di un mezzo di trasporto. E Renna si è adoperato per offrire un servizio di accompagnamento che ha affidato alla Caritas diocesiana.
La maggior parte delle proposte formative che l’IPM offre ai giovani ristretti nasce da progetti di collaborazione con associazioni o anche dalla disponibilità di singoli volontari, come nel caso delle lezioni di pianoforte o di sostegno scolastico. Singoli volontari che cercano anche di coinvolgere eventuali strutture che hanno alle spalle, come sta accadendo con le lezioni di scuola guida.
Maria Covato intende rafforzare queste intese. “Bisogna aprire il carcere al territorio e portare il territorio all’interno del carcere” afferma. Ad esempio con protocolli d’intesa con le scuole, come è avvenuto con l’Istituto Omnicomprensivo A. Musco grazie al quale sono stati realizzati murales nelle stanze delle socialità del carcere.
E’ sul territorio – prosegue Covato – che si dovrebbe investire, é questa l’unica vera forma di prevenzione. E nessuno deve girarsi dall’altra parte se vede un ragazzo abbandonato a se stesso. “Tutti dobbiamo prenderci le nostre responsabilità”.


Sono ammirata e ,soprattutto consolata, dall’IPM che ho cominciato a conoscere e ad apprezzare come volontaria più di 20 anni fa : un’oasi di competenza, capacità di cura e di ascolto assolutamente straordinaria.
Tristemente un’oasi…il resto è deserto…
Elvira iovino