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Una inquietante lezione di storia

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manifesto pubblicitario sull'american way sullo sfondo di una fila per il cibo negli anni successivi alla crisi del 1929

Dal blog “Un alieno tra noi”, che vi abbiamo già presentato e da cui abbiamo tratto in passato anche un articolo, riprendiamo oggi un paragone tra la politica di Trump e quella del presidente repubblicano che vinse le elezioni del 1920. Come scrive – con l’abituale pacatezza – il nostro alieno, “la storia americana di un secolo fa somiglia molto a quella di oggi”. E la prospettiva è davvero inquietante.

La politica del presidente Trump lascia perplessi, anche per il linguaggio che la accompagna, inusuale per un capo di Stato. Ma, a parte il modo di comunicare, questa politica non fa che ripetere quanto già accaduto un secolo fa.

Dopo la prima guerra mondiale, che aveva visto gli americani impegnati in Europa, il presidente democratico Wilson aveva fondato la Società delle Nazioni per assicurare il mantenimento della pace nel mondo. Ma venne clamorosamente sconfessato dal Senato a maggioranza repubblicana, che interpretava il risentimento dell’opinione pubblica contro un presidente che si impegnava troppo nella politica estera trascurando la nazione che lo aveva eletto. Il trattato non fu ratificato, e gli Stati Uniti restarono fuori dalla società internazionale che avevano promossa.

Nello stesso anno 1920 le elezioni – le prime in cui votavano le donne – furono vinte largamente dal repubblicano Harding.
I primi provvedimenti del nuovo presidente, coerenti con le promesse elettorali che l’avevano portato al successo, furono l’aumento dei dazi sui prodotti importati dall’estero, e una drastica riduzione dell’immigrazione. Inoltre, lo sganciamento dagli accordi internazionali, se non garantivano la supremazia statunitense e l’interesse della nazione: “America first”, e “America to Americans“.
Protezionismo economico, rifiuto degli immigrati stranieri, isolazionismo in politica estera (tranne dove conviene economicamente). Esattamente ciò che sta facendo Trump cento anni dopo.

Ma quali furono le conseguenze di questa politica nel decennio seguente?

L’intolleranza verso gli stranieri portò a procedure di controllo dell’immigrazione al limite della disumanità (di cui abbiamo già parlato). Portò anche a processi sommari, come quello degli immigrati italiani Sacco e Vanzetti, anarchici condannati a morte per un omicidio mai provato, poi riconosciuti innocenti ma solo mezzo secolo dopo la loro esecuzione capitale.

La difesa dell’americanismo genuino fu supportato dai tradizionalisti del WASP (White Anglo-Saxon Protestant), mentre aumentavano a 5 milioni gli aderenti al Ku Klux Klan, fautori di un razzismo violento fino all’omicidio degli odiati neri.

Allo stesso tempo, per salvaguardare l’integrità morale del popolo americano, si proibiva la fabbricazione e la vendita di alcolici. Questo provocò paradossalmente un mercato illegale e l’aumento della criminalità per il diffuso contrabbando gestito dai gangster.

A questa ondata di misure reazionarie si accompagnavano, nell’industria, provvedimenti per aumentare la produzione, mediante quella che veniva definita “organizzazione scientifica del lavoro”.

Nei ruggenti anni venti la prosperità e i consumi aumentavano nei ceti medio-alti urbani, mentre i contadini lasciavano le campagne meno redditizie per cercare fortuna in città. Il “sogno americano” andava a vantaggio di alcuni, mentre per molti altri il sogno diventava un incubo, come racconta Steinbeck nel romanzo “Furore”.

I progressi sbandierati dai mass-media come il moltiplicarsi degli spettacolari grattacieli, i successi dell’industria cinematografica e del Jazz, l’emancipazione femminile, non riuscivano a compensare gli squilibri sociali che promettevano “il più alto livello di vita al mondo”, ma lasciavano troppa gente fuori dal benessere consumistico promesso dalla pubblicità.

L’instabile equilibrio sociale venne presto sconvolto da fattori incontrollati, che il governo liberista in politica economica non riuscì a prevedere né ad arginare. Diverse concause provocarono il disastroso crollo della borsa nel 1929. Il potere d’acquisto delle famiglie non cresceva nonostante l’aumento di investimenti e di produttività. La continua espansione del credito con tassi tenuti bassi in modo artificiale, gli eccessivi prestiti a scopi speculativi, una politica monetaria inadeguata alla realtà finanziaria, portarono al tracollo che lasciò in rovina imprese e risparmiatori.

La reazione del presidente Hoover fu impulsiva e irrazionale. Alzò ancora i dazi sulle merci straniere, pensando così di proteggere l’industria nazionale e arginare licenziamenti e disoccupazione dilagante. Invece le prevedibili ritorsioni delle altre nazioni e la diminuzione delle esportazioni peggiorarono ulteriormente l’economia statunitense. I disoccupati salirono a 13 milioni, uno su quattro lavoratori, e i sussidi assistenziali venivano rifiutati perché troppo onerosi.

Finché la popolazione comprese che bisognava cambiare pagina.
Le elezioni del 1932 videro la vittoria a grande maggioranza del democratico Roosevelt, paralizzato dalla poliomielite ma con una ferrea volontà di cambiamento.Il nuovo presidente avviò il “New deal”, il nuovo corso di politica economica opposta al liberismo dei suoi predecessori repubblicani. Una sua frase restò famosa: “La misura della ricostruzione dipenderà da come sapremo applicare alla società valori diversi e più nobili del semplice profitto commerciale”.

Il suo capitalismo democratico, cercando di diminuire le disuguaglianze e il malessere sociale, divenne una alternativa credibile alle dittature che in quel periodo si instauravano nel continente europeo.

Rileggendo, insieme ai miei superiori alieni, queste pagine di storia di un secolo fa abbiamo trovato tante analogie con la politica economica attuale.

Le “sparate” trumpiane, che perturbano il mondo, non sono solo frutto dell’imprevedibile impulsività di un personaggio spregiudicato e moralmente discutibile. Questi proclami, apparentemente insani, in realtà mettono in pratica la teoria secondo cui il Presidente deve essere il manager di uno Stato gestito come un’azienda.
Altro che applicare “valori diversi e più nobili del semplice profitto commerciale” proposti dal New Deal rooseveltiano…

Per conoscere le conclusioni dell’alieno leggi tutto l’articolo “Ancora lezioni di storia” sul suo blog

1 Comment

  1. come dire…..a volte ritornano, oppure, la storia non ci ha insegnato nulla…. anche , e soprattutto, in Italia…… dal punto di vista strettamente politico.
    dal punto di vista economico, invece, molti analisti prevedono, in un prossimo futuro, proprio per le scelte che vengono attuate, un avvitamento interno e una implosione del capitalismo e della finanza, con le inevitabili conseguenze che a pagare saranno come sempre le fasce più deboli delle popolazioni del mondo

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