Da Siracusa parte una nuova nave umanitaria verso Gaza

Handala è un personaggio dei fumetti. Un bambino palestinese, rifugiato e a piedi nudi, che volta le spalle all’ingiustizia e che ha giurato di non voltarsi finché la Palestina non sarà libera.

Handala è, anche, il nome della nave che è partita la scorsa domenica dal porto di Siracusa e che, dopo una sosta in Puglia (la prima regione italiana ad avere interrotto i rapporti con Israele), tenterà di raggiungere Gaza, con un carico di aiuti umanitari da distribuire alla popolazione.

L’imbarcazione fa parte della Freedom Flotilla, la stessa organizzazione internazionale della nave Madleen, partita agli inizi di giugno per la Striscia da Catania, che è stata illegalmente sequestrata in acque internazionali dall’esercito israeliano, mentre i componenti dell’equipaggio, dopo un periodo di carcerazione particolarmente dura, sono stati espulsi e rimandati nei paesi di origine.

Scrive Freedom Flotilla: “Secondo il Ministero della Sanità di Gaza dal 18 marzo 2025 – quando Israele ha rotto il cessate il fuoco e ha ripreso gli attacchi su Gaza – almeno 6.572 palestinesi sono stati uccisi e oltre 23.000 feriti. Tra loro, più di 700 persone sono state uccise a colpi di arma da fuoco mentre attendevano il cibo nei punti di distribuzione gestiti dalla “Gaza Humanitarian Foundation” (GHF), controllata dagli Stati Uniti e sostenuta da Israele: una trappola mortale mascherata da operazione umanitaria; una struttura di controllo e crudeltà al servizio del genocidio israeliano”.

Molti siracusani, presenti anche delegazioni provenienti da altre città siciliane, si sono recati al porto per condividere le ragioni della missione e supportare l’equipaggio. Ma, soprattutto, per manifestare pubblicamente la più forte condanna del genocidio in corso, della sua giustificazione e degli appoggi internazionali di cui gode il governo Netanyahu.

Infatti, né gli USA, né l’Unione Europa (Italia compresa) hanno sinora messo in atto iniziative politiche, diplomatiche o commerciali per fermare le stragi.

Di più, gli USA hanno addirittura deciso sanzioni contro Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi a Ginevra, colpevole, ai loro occhi, di avere denunciato il genocidio; avendo più volte ricordato, coerentemente con il mandato assegnatole, che, dall’ottobre del 2023 i bambini di Gaza, oltre metà della popolazione, vivono sotto un assedio brutale. Più di 50.000 (ed è un calcolo per difetto) sono stati uccisi o feriti, decine di migliaia sono orfani, e quasi un milione è stato sfollato con la forza. Ma ciò che, probabilmente, ha fatto sì che gli USA riservassero all’Albanese lo stesso trattamento utilizzato nei confronti del narcotrafficante ‘El Chapo’, è stata la recente relazione nella quale chiamava in causa le aziende e le banche coinvolte o che traggono vantaggi dal genocidio in corso

Come se non bastasse ciò che accade a Gaza, a Gerusalemme le autorità israeliane di occupazione stanno incentivando la costruzione di torri residenziali, per aumentare il numero dei coloni presenti in città e, nel contempo, vengono demolite le case palestinesi, con l’evidente obiettivo, come hanno criticato i gruppi impegnati nella difesa dei diritti umani, di cancellare progressivamente la presenza palestinese nella città.

Mentre, più in generale, nella Cisgiordania occupata crescono i nuovi insediamenti ebraici. Il 29 maggio il governo israeliano ne ha annunciato altri 22. Come scrive Internazionale “L’attività di occupazione israeliana è denunciata dalle Nazioni Unite come illegale secondo il diritto internazionale e come uno dei principali ostacoli a una soluzione di pace duratura tra israeliani e palestinesi, poiché impedisce la creazione di uno stato palestinese”.

Ma torniamo a Gaza. Da un lato Netanyahu ribadisce che Israele deve ‘finire il lavoro’, dall’altro parla di un improbabile cessate il fuoco di 60 giorni. Nel frattempo, come denuncia il quotidiano israeliano Haaretz, “Il Popolo Eletto, l’unico Paese democratico del Medio Oriente con l’esercito più morale del mondo, sta progettando una ‘città umanitaria’ nella Striscia di Gaza […] sta apertamente portando avanti i piani per trasferire i gazawi in campi profughi, in vista del loro trasferimento fuori dall’enclave”. In questa prospettiva, chi non dovesse andare via, si troverebbe costretto a vivere in una città di ridotte dimensioni, chiusa e del tutto dipendente dai cosiddetti aiuti umanitari. Di fatto, un enorme campo di concentramento.

Un ulteriore motivo di allarme, che deve vedere moltiplicare le iniziative per il cessate il fuoco e contro il genocidio, appoggiando tutti quei tentativi di chi, con coraggio e accettandone i rischi, prova a contrastare una deriva sempre più grave. Supportare Handala va in questa direzione.

Argo

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