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Riforma universitaria, in barba alle proteste

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Approvata in via definitiva al Senato il 23 dicembre, nonostante le proteste di studenti, ricercatori e docenti, la riforma dell’università, voluta dalla Gelmini, sembra cosa fatta.
Vedremo in seguito che molti sono gli aspetti ancora non definiti perchè affidati a futuri decreti attuativi. Per adesso tentiamo una analisi della legge, nelle sue luci (poche, in verità) e nelle sue ombre.
Riducendo il Senato accademico ad organo consultivo, questa riforma di fatto mette la gestione degli atenei – ‘governance’ come la ministra ama dire, così molti non capiscono – nelle mani di Consigli di amministrazione in cui sono presenti (e potrebbero diventare preponderanti) degli “esterni” che decideranno in base a criteri che non è detto rispondano alle esigenze della buona didattica e della ricerca.
Si profila una gestione simile a quella delle aziende e quindi basata soprattutto su preoccupazioni di tipo economico.
La riforma stessa, del resto, risponde soprattutto a esigenze di risparmio. Nel bilancio dello stato la cultura e la formazione non sono considerati settori capaci di produrre risorse. “La cultura non si mangia” si è lasciato sfuggire il ministro dell’economia. Sbagliano quindi i paesi, come la Germania, che hanno deciso di aumentare le risorse per l’istruzione, considerandole un investimento utile al futuro del paese?
Ma non basta. Questa riforma mirata a tagli e riduzioni, congiunta alle norme già emanate nei mesi scorsi dal ministero, rischia di uccidere il diritto allo studio. Commisurando il numero di corsi e di posti disponibili al numero di docenti (che non possono essere aumentati per mancanza di fondi) verranno ridotti drasticamente gli accessi. I numeri chiusi generalizzati escludono giovani che non è detto siano peggiori, soprattutto nel lungo periodo, dei loro compagni ammessi. Dove andranno a studiare questi ragazzi esclusi dai corsi che avrebbero preferito in base alle loro capacità ed interessi? Lo diceva già il prof Di Nuovo in suo intervento su Argo: saranno penalizzati soprattutto i giovani delle sedi più periferiche, come quelle siciliane, che non è detto trovino alternative di loro interesse in università geograficamente vicine.
Si può obiettare che a 18-19 anni si può ancora pensare di cambiare percorso, pur rinunciando alla propria libertà di scelta preferenziale. Dunque un ‘ripiego’ è pensabile per l’iscrizione al triennio. Ma cosa faranno gli studenti che hanno conseguito la laurea di primo livello se non saranno ammessi alla magistrale (il nuovo nome di quella che prima si chiamava specialistica)? Rimarranno con un titolo di studio che ha ormai dimostrato una spendibilità vicina allo zero? Avranno sprecato tempo, fatica e le risorse delle loro famiglie?
Come in ogni evento complesso, anche in questa riforma si può trovare qualcosa di buono. Migliora il sistema dei concorsi (ma per questo bastava un semplice decreto su cui tutti erano d’accordo, compresi gli studenti e le opposizioni). Le università potranno assumere i nuovi docenti scegliendo all’interno di una graduatoria nazionale di idonei, valutati da commissioni nazionali costituite mediante sorteggio, e quindi si spera con meno imbrogli localistici.
Quanto ai ricercatori, viene abolito il posto a tempo indeterminato. Dopo un massimo di sei anni, i nuovi ricercatori “a termine” – data prova del loro merito – potranno prendere l’idoneità e divenire associati. Non è chiaro però quale sarà il futuro degli attuali ricercatori a tempo indeterminato, se potranno avanzare di carriera, soprattutto in presenza di fondi molto limitati e sostanzialmente insufficienti: da qui la loro protesta, che non si è placata con un misero contentino economico e la concessione del titolo di professore ‘aggregato’ – che peraltro già esisteva – se accettano insegnamenti nei corsi ufficiali, da cui per il loro stato giuridico potrebbero astenersi.
Vien prevista anche una valutazione della “produttività” dei docenti, sulla base delle pubblicazioni prodotte. A questa valutazione verrebbero anche legati gli aumenti stipendiali, e la possibilità di fare i commissari nei concorsi; e questo non è male.
Su alcuni aspetti critici della nuova legge abbiamo chiesto il parere del professore Di Nuovo, un docente di grande esperienza che è stato preside di facoltà nella nostra Università e che è attualmente presidente della struttura didattica interfacoltà di psicologia.

  • Ritiene che questa riforma metta davvero in discussione il potere “baronale” dei professori di ruolo, come ha più volte affermato il ministro?

Credo proprio di no. A parte che il vero ‘baronato’ si è sempre adattato a qualunque riforma (il Gattopardo insegna…). Cito solo un esempio: i nuovi ricercatori a tempo determinato resteranno per tutto il periodo del loro precariato vincolati ai ‘baroni’ che dovranno assicurarne il futuro, richiedendo per loro il budget necessario per poterli assumere in caso conseguano l’idoneità. Lo stesso per i ricercatori a tempo indeterminato, che rischiano di vedersi scavalcare dai più giovani se qualcuno non aiuta anche loro a passare di fascia. Altro che diminuire il potere dei ‘baroni’, come è stato sbandierato!

  • Fino a che punto l’attuale riforma rispetta il principio dell’autonomia sancito dal decreto 270 dell’ottobre 2004?

Il principio dell’autonomia è garantito dalle norme e dalla stessa Costituzione. Non so fino a che misura il Ministero con le norme e poi con i regolamenti di attuazione possa vincolare l’autonomia gestionale degli Atenei. Vero che alcuni Atenei hanno approfittato dell’autonomia per auto-gestirsi male, ma se c’è una patologia si cura questa, non si uccide il malato. Se ci sono abusi, si deve avere il coraggio di reprimere quelli, in modo che paghi chi ha sbagliato, non colpire tutti penalizzando anche chi si è comportato bene…

  • Il divieto di assumere docenti con legami di parentela, fino al quarto grado, con gli ordinari, il rettore, i membri del CdA, avrà come conseguenza la fine del “nepotismo”, attualmente molto diffuso?

Questa è una delle bufale più grosse che si potevano pensare. Il divieto per i docenti vale se la chiamata del parente avviene nel loro dipartimento; basta che il genitore esca dal dipartimento per un periodo perchè gli altri colleghi possano procedere come prima. Qualcuno dice peraltro che impedire ad un giovane, se bravo e valido, di essere assunto solo perchè ha un parente all’Università lede i diritti della persona (in effetti in nessun’altra organizzazione questo è previsto). Il problema è se il ‘figlio’ o ‘nipote’ o ‘amante’ non vale nulla e viene promosso solo per meriti speciali, come peraltro abbiamo visto capitare anche in politica: quale norma lo impedisce? In questo caso, ancora una volta, va impedito l’abuso, non fare leggi per le quali si trova poi subito, come dice il proverbio, l’inganno.

  • Cosa pensa della possibilità, prevista dalla legge, di stipulare contratti di collaborazione con professionisti esterni, al di fuori di qualsiasi concorso pubblico e con la condizione di trattare con professionisti che guadagnino almeno 40’000 euro all’anno?

Altro aspetto paradossale della legge. Il ‘contratto‘ in questione – che però non è necessariamente “al di fuori di concorso pubblico”: le università serie per attribuire i contratti fanno sempre un pubblico bando! – riguarda non inutili consulenze ma gli insegnamenti, alcuni dei quali vanno coperti necessariamente con esterni sia per la specializzazione di certe materie per le quali non ci sono veri esperti all’interno dell’università, sia perchè, in mancanza di nuovi concorsi e di fondi per bandirli, i docenti di ruolo non bastano. Resta da capire come si farà ad accertare a priori il reddito dei diversi aspiranti all’incarico… sulla base della loro autodicharazione che nessuno vorrà o potrà controllare? Teoricamente, il fatto che il professionista cui si dà l’incarico guadagni abbastanza serve da un lato a giustificare di pagarlo poco (tanto… i soldi non gli servono!) e dall’altro ad evitare che l’incarico si dia, come è avvenuto, a qualche neo-laureato disoccupato e ‘raccomandato’ ma non abbastanza esperto. Ancora una volta, giusta diagnosi della patologia ma medicina sbagliata.

  • A che serve lo sbandierato intervento sul diritto allo studio, compreso il “fondo per il merito”, se uno studente non può iscriversi dove vuole, o non può iscriversi affatto?

Il Ministero – dice la legge – provvede a valorizzare il merito, a rimuovere gli ostacoli all’istruzione universitaria e a garantire l’effettiva realizzazione del diritto allo studio. A tal fine, pone in essere specifici interventi per gli studenti capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, che intendano iscriversi al sistema universitario della Repubblica per portare a termine il loro percorso formativo.”Non si capisce però cosa c’entra essere o meno privi di mezzi con la possibilità di iscriversi al corso desiderato, se questo non c’è nella propria regione o lo studente non supera la prova (che certo non tiene conto del censo…). Non è anche questa una negazione del ‘diritto allo studio’? E come verrà garantito il diritto a studiare ciò che si vuole? pagando allo studente le spese per frequentare università del nord o all’estero? Oppure ricorrendo alle famigerate università telematiche, dove si prendono titoli per corrispondenza, e che sono tanto care ai promotori di questa riforma? Si mira alla qualità e al diritto allo studio, ma anche al sostegno di certe lobbies…
Quanto al ‘merito’ questa parola ricorre continuamente nella legge, per i docenti e per gli studenti. Ma per questi merito e censo sono legati, come dimostrano tutte le statistiche pubblicate dallo stesso ministero. Il “fondo per il merito”, ammesso che i soldi per riempirlo ci siano davvero, è per gli studenti già iscritti, che dunque hanno già pagato le tasse, e assegnerà – con criteri tutti da definire, e in tempi non previsti dalla legge – premi o “buoni studio”. Questi ultimi da restituire subito dopo la laurea tranne che non ci si laurei entro la durata normale del corso e col massimo dei voti. Quanti ne usufruiranno? Dopo quanto tempo? E intanto le tasse aumentano e i servizi per gli studenti diminuiscono (per i tagli ai fondi regionali che li supportano), e questo da subito.
La ciliegina introdotta con un emendamento, di chiara matrice leghista, è la “previsione, nell’ambito della programmazione degli accessi alle borse di studio di riservare la quota del 10% agli studenti iscritti nelle università della regione in cui risultano residenti“. Simbolico, ma significativo: che ognuno se ne stia dalle sue parti… (vedremo questo 10% come funzionerà con le telematiche). Non ci sono tutti gli elementi perchè gli studenti -almeno quelli che la legge l’hanno letta davvero- si sentano presi in giro?

  • Cosa prevede questa legge sulle università private? C’è un trattamento di favore rispetto alle università statali?

Su questo non ci sono dubbi. Nella legge si parla apertamente in tal senso, quando si prevede “la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) erogate dalle università statali”. Perchè i livelli essenziali delle prestazioni devono riguardare le università statali? Di fatto nella normativa attuale molti vincoli (di numero minimo di docenti, di strutture, ecc.) ci sono solo per le università statali, facendo finta di dimenticare che il titolo rilasciato è uguale ed ha lo steso valore legale in tutti gli atenei pubblici e privati, statali e non statali; per cui se rigore e qualità devono esserci, non ha senso che non valgano, o valgano solo in parte, per alcuni. Delle università telematiche ho già detto, ma ci sarebbe da dire tanto altro ancora… La situazione di favoreggiamento (mi si passi il termine) dell’impresa privata è talmente evidente che ha senso individuare – come molti studenti e docenti hanno fatto – un disegno di avvantaggiare l’imprenditoria anche in campo accademico: disegno peraltro che vale anche per altri settori come la scuola e la sanità. E tutto il resto (rigore, risparmio, tagli degli ‘sprechi’) è solo una copertura o, come si diceva una volta, “specchietto per le allodole”. Peccato che le allodole sono la maggior parte del popolo italiano, e le conseguenze dannose le subiamo tutti, anche quando tardiamo a rendercene conto.

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