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C'è un futuro per l'Antico Corso?

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Mostra di idee e proposte per l’Antico Corso

‘U Cursu’, il cuore più antico della città, prova, ancora una volta a ritrovare una sua identità. Alla fine di giugno, per conto dell’iniziativa “Idee per l’Antico Corso”, due laureandi in ingegneria, Enrico Cavalli e Giorgio Alecci, hanno esposto in due piazzette del quartiere le tavole che illustrano le loro proposte, soprattutto in materia di recupero del patrimonio edilizio come strumento per la rigenerazione urbana.

Un quartiere relativamente piccolo, noto purtroppo solo per le cronache della mafia, racchiude all’interno del suo perimetro una quantità notevole di siti archeologici e architettonici di assoluto valore: il teatro greco-romano, le terme romane, i resti delle mura medievali e il Bastione degli infetti, il monastero dei Benedettini, la chiesa di s. Nicola, la chiesa di s. Agata la Vetere, il complesso della Purità, la vista unica della città – dall’Etna al porto – che si gode dalla collina di Montevergine.

Basterebbe questo elenco, peraltro incompleto, per fare di questo quartiere una sorta di libro aperto della storia della città e un contenitore di potenziali risorse turistiche che pochi altri quartieri della città possono vantare.

Ad esso, in verità, bisognerebbe aggiungere le ferite che gli sono state inferte dalla depravata cultura urbanistica e architettonica degli anni ’60: il nuovo liceo Spedalieri, il nuovo Ospedale s. Bambino, la nuova ala dell’ospedale s. Marta, le dissennate costruzioni di cliniche varie ed eventuali all’interno dell’area dell’ospedale Vittorio Emanuele, che già, a fine Ottocento, aveva divorato gli splendidi ‘orti nicolini’.

Alla fine degli anni Settanta, la cessione da parte del Comune all’Università del Monastero dei Benedettini per allocarvi le facoltà umanistiche, sembrò segnare un punto di svolta per il quartiere, fra i più degradati della città, sulla scorta dell’illuministica previsione che l’insediamento universitario avrebbe fatto da volano per un suo rinnovamento profondo.

La cura, però, si è rivelata peggiore della malattia in quanto ha aggiunto, ai vecchi problemi, nuove questioni ancora più rognose da risolvere.

L’eccezionale concentrazione di facoltà universitarie convoglia verso il centro del quartiere, piazza Dante, una quantità straordinaria di automobili e motocicli, senza che sia stato previsto un solo metro quadro da adibire a parcheggio.

La richiesta di case da parte della popolazione studentesca ha innescato una corsa alla speculazione che ha fatto lievitare enormemente i prezzi degli affitti, quasi sempre in nero, costringendo molte famiglie residenti ad andar via dal quartiere, anche in questo caso senza che sia stato previsto un solo metro cubo da adibire a pensionato universitario.

La proposta dei due studenti parte proprio dalla rilevazione di questo problema, per incrociarlo con la prospettata dismissione di alcuni degli edifici pubblici come il s. Bambino e il s. Marta. Si tratta di approfittare di queste dismissioni per renderle funzionali al quartiere, creandovi alloggi popolari e per gli studenti oltre che strutture a servizio dei suoi abitanti.

Se assieme ad una razionale politica del riuso si incentiverranno i proprietari a ristrutturare le loro case, finalizzandole alla creazione di patrimonio immobiliare di qualità ma vincolato ad affitti sostenibili; se si valorizzeranno le numerose rilevanze archeologiche, per esempio attraverso la creazione di una “passeggiata” che le metta in collegamento; se si darà nuova vita ai tanti altri spazi disponibili e abbandonati al degrado, un futuro diverso potrà essere auspicato per il quartiere.

Il Comitato Popolare Antico Corso intende avere un ruolo di protagonista negli interventi che verranno (se verranno) effettuati, tanto più che si parla di una nuova fase di discussione sul Piano regolatore generale. Che spazio avrà in esso la progettazione realizzata dagli studenti di ingegneria che hanno lavorato a partire da una conoscenza del territorio e della cultura dei suoi abitanti?

E cosa farà la Sovrintendenza che, in un quartiere ricco di testimonianze archeologiche e naturali, ha avuto come unico soprassalto di “responsabilità” quello di sfrattare i giovani di un centro sociale, lasciando tutto il resto in abbandono?

Le domande sono tante, le risposte appaiono per ora lontane, ma la volontà di cercarle è forte. Molti abitanti del quartiere vogliono continuare caparbiamente a battersi per uscire dal degrado, vogliono cercare di essere protagonisti. Altri sono meno attivi. Forse anche perchè hanno perduto la speranza.

Riaccendere la speranza è importante. Così come è importante avere davanti a sé un progetto. E non liquidiamola come un’utopia, perchè le utopie hanno talora la forza di cambiare le cose.

 

 

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